Ultime dal digitale

🐦 Elon Musk ha fatto modificare l’algoritmo di Twitter per dare priorità al suo profilo

Alle 2:36 di lunedì scorso, lɜ dipendenti Twitter si sono trovatɜ un messaggio da James Musk, cugino di Elon, in cui veniva chiesto con urgenza l’aiuto di tuttɜ coloro che fossero online per un compito importante: quello di aumentare le interazioni e le visualizzazioni del profilo di Elon Musk, moltiplicando il punteggio dei suoi contenuti per mille.

Questo accade settimane dopo il licenziamento di uno dei principali ingegneri rimasti nella compagnia, che quando interpellato dal capo di Twitter in persona sul perché le interazioni fossero così basse, rispose che l’interesse verso la sua figura stava calando – cosa che Musk non gradì.

Sempre a tema licenziamenti, l’azienda non è più riuscita a riprendersi dal netto taglio del personale che ha imperversato in questi mesi: i disservizi continuano, mentre i gruppi di lavoro si sono rintanati in chat private (Signal, Whatsapp), anche per paura di ripercussioni. Lɜ dipendenti intervistatɜ anonimamente riportano infatti che quando viene chiesto loro qualcosa, pensano alla risposta che ha “meno probabilità di farlɜ licenziare” e che moltɜ loro colleghɜ sono alla ricerca di un altro posto di lavoro.

https://www.theverge.com/2023/2/14/23600358/elon-musk-tweets-algorithm-changes-twitter

📰 Guardian, New York Times, Le Monde, Der Spiegel ed El País firmano una lettera aperta contro l’estradizione di Assange

L’appello delle cinque testate, rivolto a Joe Biden, si concentra sul fatto che l’utilizzo di una legge – l’Espionage Act – redatta più di 100 anni fa e pensata per l’ambito militare non possa essere usata per censurare la stampa.

“Dodici anni dopo la pubblicazione del “Cablegate”, è ora che il governo degli Stati Uniti ponga fine all’azione penale contro Julian Assange per la pubblicazione di informazioni segrete. Pubblicare non è un crimine.”

https://www.valigiablu.it/assange-guardian-new-york-times-der-spiegel/

▶️ Lo streaming di oggi è lo spettro di se stesso

Da mesi compagnie di streaming come Netflix e HBO Max sono di fronte a cali di iscrizioni, a cui seguono licenziamenti e titoli cancellati dalle loro librerie.

Questo perché il loro modello imprenditoriale si basa sul continuo rinnovamento di abbonamenti misto a un’infattibile crescita senza sosta in iscrizioni (al contrario di film e serie al cinema e in TV, che incassano sulle varie messe in onda). Per convincere la gente a restare, le piattaforme generano allora contenuti su contenuti ma, dati i ritmi insostenibili, la qualità si abbassa fino a perdere importanza, con la viralità che diventa metro di misura.

Non sono più le storie o il taglio artistico a valorizzare una pellicola, bensì quanto questa sia in grado di diffondersi: ciò porta, anche tramite l’utilizzo di algoritmi per predire i gusti di chi guarda, sia a creare film che spuntino tutte le caselle di viralità (creando un agglomerato perlopiù senz’anima con contenuti pressoché identici), sia a produrre contenuti a basso sforzo (primi fra tutti i reality, che compensano con la carica emotiva dei partecipanti).

Sembra però che questo non implicherà la loro disfatta: citando i filosofi Adorno e Horkheimer, questi contenuti svolgono il ruolo dell’intrattenimento come “prolungamento del lavoro. Lo si ricerca come fuga dal processo lavorativo meccanizzato, e per recuperare le forze in modo da poter riaffrontare quel lavoro nuovamente”. In altre parole, guardare certi programmi di dubbia qualità risponde alla necessità di staccare la spina in un mondo che non ci lascia abbastanza tempo, nutrendosi di quel tempo e impedendoci di fare davvero dell’altro

https://yewtu.be/watch?v=UgBfRYwymgg

🌍 OpenAI ha sfruttato lavoratorɜ del terzo mondo a meno di 2 dollari l’ora per rendere la sua “intelligenza artificiale” ChatGPT meno tossica

L’intelligenza artificiale di OpenAI deve le sue capacità alle grosse quantità di dati prese da Internet, dai quali ha però assorbito parte dei pregiudizi (razzismo, sessismo e così via) che rendono il software difficile da vendere. Per porre rimedio, l’azienda ha iniziato a costruire un meccanismo di sicurezza basato su intelligenza artificiale che riconosce frasi tossiche e le elimina, affidandosi per l’allenamento dell’algoritmo a Sama, un’azienda californiana già al centro di scandali tra traumi e diritti negati che esternalizza etichettatorɜ in paesi del terzo mondo con salari miseri.

Il lavoro di chi etichetta è un lavoro molto usurante dal punto di vista psicologico, in quanto bisogna leggere tutto il giorno, tutti i giorni, testi che possono contenere contenuti disturbanti e traumatizzanti.

La collaborazione tra OpenAI e Sama è crollata a febbraio quando quest’ultima si è rifiutata di etichettare immagini che potevano contenere violenza, abusi sui minori e altro materiale disturbante.

https://time.com/6247678/openai-chatgpt-kenya-workers/

SULLE SPALLE DEI MERCANTI? TELEDIDATTICA E CIVILTÀ TECNOLOGICA

🌎 Istruzione: con l’arrivo della didattica a distanza, l’ignoranza informatica generale e i particolari interessi politici hanno fatto in modo che l’istruzione pubblica passasse in mano a multinazionali private (Microsoft, Google, Zoom).

Uno dei problemi è che gli algoritmi di queste aziende vengono impiegati per delegare la qualità dell’insegnamento da chi di dovere alla macchina, riportando in auge il pensiero magico (https://peertube.uno/w/3oBpN2khbe9KhgQKwujonp). Inoltre, queste scatole nere chiavi-in-mano (Teams, Meet ecc) rendono gli individui “passivi, disimpegnati, dipendenti, ignoranti, assuefatti” a una tecnologia verso la quale non hanno il controllo.

Altro problema è la raccolta dati: ad oggi, l’intero lavoro di ricercatrici e ricercatori può rimanere rinchiuso in un recinto proprietario. In generale, l’insegnamento in toto è delimitato in un ambiente di sorveglianza continua. “Docenti e studenti dovrebbero chiedersi […] come è possibile imparare in ambienti in cui sono schedati, sorvegliati, condizionati ed eventualmente censurati”

Pievatolo, autrice dello studio, fa notare come, nonostante l’università dovrebbe sia far ricerca che insegnare (dando quindi il buon esempio), non ci siano discorsi critici al riguardo in Italia, con tanto di esempi degni di lode come GARR e Politecnico di Torino completamente ignorati: “nell’attuale regime tecno-feudale […] quale attrattiva mercantile può avere […] un’università che addestra a una sottomissione?”

La professoressa invita a usare tecnologie pubbliche, un accesso aperto alle pubblicazioni universitarie e ai dati di ricerca, e trasparenza per docenti e ricercatori riguardo i dati degli strumenti che usano

https://doi.org/10.5281/zenodo.6439508

#istruzione #sorveglianza