Ultime dal digitale

📰 Guardian, New York Times, Le Monde, Der Spiegel ed El País firmano una lettera aperta contro l’estradizione di Assange

L’appello delle cinque testate, rivolto a Joe Biden, si concentra sul fatto che l’utilizzo di una legge – l’Espionage Act – redatta più di 100 anni fa e pensata per l’ambito militare non possa essere usata per censurare la stampa.

“Dodici anni dopo la pubblicazione del “Cablegate”, è ora che il governo degli Stati Uniti ponga fine all’azione penale contro Julian Assange per la pubblicazione di informazioni segrete. Pubblicare non è un crimine.”

https://www.valigiablu.it/assange-guardian-new-york-times-der-spiegel/

▶️ Lo streaming di oggi è lo spettro di se stesso

Da mesi compagnie di streaming come Netflix e HBO Max sono di fronte a cali di iscrizioni, a cui seguono licenziamenti e titoli cancellati dalle loro librerie.

Questo perché il loro modello imprenditoriale si basa sul continuo rinnovamento di abbonamenti misto a un’infattibile crescita senza sosta in iscrizioni (al contrario di film e serie al cinema e in TV, che incassano sulle varie messe in onda). Per convincere la gente a restare, le piattaforme generano allora contenuti su contenuti ma, dati i ritmi insostenibili, la qualità si abbassa fino a perdere importanza, con la viralità che diventa metro di misura.

Non sono più le storie o il taglio artistico a valorizzare una pellicola, bensì quanto questa sia in grado di diffondersi: ciò porta, anche tramite l’utilizzo di algoritmi per predire i gusti di chi guarda, sia a creare film che spuntino tutte le caselle di viralità (creando un agglomerato perlopiù senz’anima con contenuti pressoché identici), sia a produrre contenuti a basso sforzo (primi fra tutti i reality, che compensano con la carica emotiva dei partecipanti).

Sembra però che questo non implicherà la loro disfatta: citando i filosofi Adorno e Horkheimer, questi contenuti svolgono il ruolo dell’intrattenimento come “prolungamento del lavoro. Lo si ricerca come fuga dal processo lavorativo meccanizzato, e per recuperare le forze in modo da poter riaffrontare quel lavoro nuovamente”. In altre parole, guardare certi programmi di dubbia qualità risponde alla necessità di staccare la spina in un mondo che non ci lascia abbastanza tempo, nutrendosi di quel tempo e impedendoci di fare davvero dell’altro

https://yewtu.be/watch?v=UgBfRYwymgg

🌍 OpenAI ha sfruttato lavoratorɜ del terzo mondo a meno di 2 dollari l’ora per rendere la sua “intelligenza artificiale” ChatGPT meno tossica

L’intelligenza artificiale di OpenAI deve le sue capacità alle grosse quantità di dati prese da Internet, dai quali ha però assorbito parte dei pregiudizi (razzismo, sessismo e così via) che rendono il software difficile da vendere. Per porre rimedio, l’azienda ha iniziato a costruire un meccanismo di sicurezza basato su intelligenza artificiale che riconosce frasi tossiche e le elimina, affidandosi per l’allenamento dell’algoritmo a Sama, un’azienda californiana già al centro di scandali tra traumi e diritti negati che esternalizza etichettatorɜ in paesi del terzo mondo con salari miseri.

Il lavoro di chi etichetta è un lavoro molto usurante dal punto di vista psicologico, in quanto bisogna leggere tutto il giorno, tutti i giorni, testi che possono contenere contenuti disturbanti e traumatizzanti.

La collaborazione tra OpenAI e Sama è crollata a febbraio quando quest’ultima si è rifiutata di etichettare immagini che potevano contenere violenza, abusi sui minori e altro materiale disturbante.

https://time.com/6247678/openai-chatgpt-kenya-workers/

SULLE SPALLE DEI MERCANTI? TELEDIDATTICA E CIVILTÀ TECNOLOGICA

🌎 Istruzione: con l’arrivo della didattica a distanza, l’ignoranza informatica generale e i particolari interessi politici hanno fatto in modo che l’istruzione pubblica passasse in mano a multinazionali private (Microsoft, Google, Zoom).

Uno dei problemi è che gli algoritmi di queste aziende vengono impiegati per delegare la qualità dell’insegnamento da chi di dovere alla macchina, riportando in auge il pensiero magico (https://peertube.uno/w/3oBpN2khbe9KhgQKwujonp). Inoltre, queste scatole nere chiavi-in-mano (Teams, Meet ecc) rendono gli individui “passivi, disimpegnati, dipendenti, ignoranti, assuefatti” a una tecnologia verso la quale non hanno il controllo.

Altro problema è la raccolta dati: ad oggi, l’intero lavoro di ricercatrici e ricercatori può rimanere rinchiuso in un recinto proprietario. In generale, l’insegnamento in toto è delimitato in un ambiente di sorveglianza continua. “Docenti e studenti dovrebbero chiedersi […] come è possibile imparare in ambienti in cui sono schedati, sorvegliati, condizionati ed eventualmente censurati”

Pievatolo, autrice dello studio, fa notare come, nonostante l’università dovrebbe sia far ricerca che insegnare (dando quindi il buon esempio), non ci siano discorsi critici al riguardo in Italia, con tanto di esempi degni di lode come GARR e Politecnico di Torino completamente ignorati: “nell’attuale regime tecno-feudale […] quale attrattiva mercantile può avere […] un’università che addestra a una sottomissione?”

La professoressa invita a usare tecnologie pubbliche, un accesso aperto alle pubblicazioni universitarie e ai dati di ricerca, e trasparenza per docenti e ricercatori riguardo i dati degli strumenti che usano

https://doi.org/10.5281/zenodo.6439508

#istruzione #sorveglianza

I nazisti sono ancora così cattivi, se combattono per noi?

La lista degli Individui e Organizzazioni Pericolose è un documento interno di Facebook/Meta risalente almeno a nove anni fa. Da mesi questa lista sta venendo scandagliata dall’Intercept, rivelando essenzialmente come Facebook rinforzi le visioni politiche statunitensi nel mondo.
La sua applicazione non è imparziale: il Medio Oriente, l’Asia, le comunità nere e latine vengono trattate con maggiore severità, mentre al contrario, le estreme destre bianche vengono generalmente prese sottogamba. Un esempio è la testata srilankese Tamil Guardian, che Jillian York dell’Electronic Frontier Foundation ha definito vittima di un processo di “cancellazione storica e culturale”. La testata è infatti stata sospesa – e più volte censurata – dal social per aver documentato una defunta milizia del paese, le Tigri del Tamil, cosa che però non provoca punizioni alle testate occidentali che si occupano del medesimo tema. Come se una testata in Italia venisse punita per aver parlato di storia del fascismo, ma venisse permesso poi all’Australia di trattarne senza problemi.

Se da un lato Facebook ostracizza chi osa documentare pezzi infelici del proprio passato, sembra tuttavia chiudere un occhio verso chi quei pezzi infelici li dissotterra per il proprio futuro.
Il Battaglione Azov è un gruppo ucraino neonazista, presente come molti altri nella lista degli Individui e Organizzazioni Pericolose dell’azienda. Con lo scoppiare della guerra, vedendolo impegnato a combattere sul fronte per respingere l’invasione russa (insieme a tantissimi altri reggimenti che nulla hanno a che vedere con il nazismo), il 24 febbraio l’Intercept riporta come Facebook abbia cambiato le sue politiche nei confronti del battaglione: i commenti a supporto di Azov potranno rimanere, a patto che non inneggino esplicitamente al nazismo.

Per quanto la moderazione sia complicata e il mondo non sia bianco o nero, che il Battaglione Azov sia neonazista non dovrebbe lasciare grandi dubbi, a partire dal loro stemma: un sole nero sullo sfondo – simbolo oggi usato da gruppi di estrema destra, neonazisti e suprematisti bianchi – con un gancio per lupi (Wolfsangel) specchiato che svetta al centro – altro simbolo usato al tempo del nazismo, poi sostituito dalla più conosciuta svastica. Neanche i fatti di cronaca lasciano a interpretazioni: nel 2020 l’ora generale ha definito il fondatore dell’organizzazione neonazista Wotan Jugend come “un’ispirazione per i giovani di Azov”, mentre nel 2015 il battaglione aveva mostrato interesse verso i movimenti di estrema destra statunitensi. Ancora, nel 2010, colui che sarebbe diventato primo comandante nel 2014 aveva dichiarato che l’obiettivo dell’Ucraina fosse “guidare la razza bianca in una crociata decisiva contro i subumani (Untermenschen) capitanati dai semiti”.

Al di fuori dell’etica pienamente calpestata (in linea con la storia dell’azienda, a partire dai ripetuti abusi verso i moderatori di contenuti), Facebook è una compagnia da miliardi di utenti connessi ogni giorno: il rischio di creare dei simpatizzanti ingenui del Battaglione e di riscrivere la storia in un’era cavalcata dalla disinformazione (carburata proprio da social come Facebook) è concreto, nonché altamente pericoloso. Il combattere dei piccoli nazisti contro i grandi fascisti non dovrebbe rendere i primi meno crudeli. Cosa succederebbe, per esempio, a ruoli invertiti?

Non è comunque la prima volta che Facebook si autoproclama giudice, giuria e boia, sbilanciandosi in prese di posizioni sullo scacchiere geopolitico: l’anno scorso sempre l’Intercept riportò come, nel conflitto israelo-palestinese, Facebook stesse strozzando i tentativi di critica nei confronti di Israele, utilizzando l’ambigua parola “sionista” a seconda di come le facesse comodo. Se infatti un coinvolgimento nelle elezioni presidenziali statunitensi era possibile giustificarlo con semplice avidità e mancanza di morale (più spazi pubblicitari e interazioni = più soldi), in questi casi Facebook diventa estensione di un disegno politico ben definito che risponde al proprio governo. Una cosa che, attenzione, non deve risultare così strana: la cinese TikTok, per esempio, due anni fa aveva temporaneamente rimosso “per sbaglio” chi parlava cantonese piuttosto che mandarino, dove quest’ultima è lingua ufficiale (mentre la prima è parlata soprattutto nell’area di Hong Kong).

Queste compagnie, in altre parole, rispondono in qualche misura alla nazione dove sorgono (seppur perseguendo anche i propri interessi), e bisogna far molta attenzione nel non cascare in quella falsa idea che le vede come entità neutrali. Bisogna anzi chiedere sempre maggiore trasparenza, per far sì che eventi come quelli del Battaglione Azov non rimangano nell’ombra.

Per quanto possiamo essere tentati di schierarci da una parte o dall’altra del dibattito – è giusto o no supportare i neonazisti che combattono i russi? – è importante rendersi conto che la domanda cruciale è un’altra: in una democrazia funzionante, ha senso che siano lasciate a Facebook, un’azienda statunitense quotata in borsa con propri obiettivi commerciali, decisioni di questa importanza sociale, umanitaria e politica?

Immagine di copertina realizzata da noi da immagini di pubblico dominio, CC-BY-SA 4.0


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