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Sorvegliare è punire

Nel suo saggio filosofico L’attentato, Manfred Schneider ripercorre il corso della storia per dare la definizione di “attentatore”, ma soprattutto per definire cosa sia la paranoia. Passando per personaggi come Giulio Cesare, Caligola, Napoleone, Nietzsche e Kennedy, il filosofo tedesco delinea le caratteristiche dell’attentatore occidentale, che siano le guardie che cercano di accoltellare un imperatore o un kamikaze dei giorni nostri.
L’attentatore, dice Schneider, è un lupo solitario che, sentendosi impotente, combatte la sua crociata in solitudine. Il suo bersaglio non è tanto una persona specifica in quanto persona, bensì in quanto potere che essa rappresenta: Lincoln come simbolo di opposizione all’indipendenza sudista, Marat come personificazione della Legge dei sospetti francese del 1793, Warhol come simbolo della società patriarcale.

Dato che l’attentatore sa di essere molto piccolo rispetto al potere che vuole combattere, egli punta più sul lasciare un ricordo di sé nella speranza che altri possano destarsi e abbracciare la causa – o, in altre parole, punta a farsi martire. Questa cosa era risaputa già al tempo dei romani, e difatti la lex iulia aveva lo scopo di farne da deterrente. Essa, la lex iulia, era una legge che oltre a condannare gli attentatori, si assicurava anche di cancellarli dalla storia. Strappava loro, insomma, la speranza di essere ricordati. Al contrario, gli imperatori e i sovrani – che dovevano essere ricordati – e i nobili – che volevano essere ricordati –sono giunti a noi tramite gli scritti e le immagini: statue e dipinti di sé, città col proprio nome, monete col loro volto, palazzi a loro dedicati, odi, torri, mausolei; tutto in nome di un segno indelebile nella storia. Chi aveva il potere, in altre parole, poteva permettersi di rimanere nelle memorie dell’uomo.

Se ci si pensa bene, oggi l’essere umano non è poi così diverso da quello di un tempo. Grattacieli, loghi, filantropia, sono sempre un modo per attestare potere e/o un ricordo di sé. C’è una cosa, tuttavia, che non è rimasta la stessa: gli strumenti a disposizione.
Le immagini, infatti, non sono più solo in mano ai potenti, perché moltissime persone al giorno d’oggi dispongono di una connessione internet, di un telefono, di un computer. Le immagini sono ora nelle mani di tutti, e alcune di esse stanno cambiando il mondo. Si pensi ad esempio alle proteste in America, a quei poliziotti che sono stati licenziati grazie a video girati da comuni cittadini che testimoniavano i loro abusi, o a chi rischia la vita andando in zone di guerra per mostrarne gli orrori. Questi strumenti, dunque, hanno progressivamente ridistribuito il potere in mano ai più, evitando di sentire solo la campana di chi ha maggiore influenza (anche se questo fenomeno non è affatto debellato).

Tra i più, tuttavia, vi rientrano anche individui come appunto i terroristi, ed è qui che il discorso inizia a diventare una lama a doppio taglio. Perché se si considera la società odierna come una “società del baccano”, dove chi fa più rumore riceve più attenzioni – distaccandosi dal costante brusio di sottofondo – i telegiornali, programmi televisivi e internet non diventano che una cassa di risonanza per gli attentatori, dando loro esattamente ciò che più desiderano: attenzioni. Registrare e caricare un video è infatti estremamente facile, avere un diario da condividere online anche, senza contare chi le stragi le ha raccontate facendo dirette su internet. Un esempio è il massacro islamofobo nelle due moschee di Christchurch, Nuova Zelanda, che nel 2019 vide la brutalità di un uomo uccidere 51 persone, sparando sulla folla, accanendosi sui feriti per eseguirli, e passando sui loro corpi mentre ascoltava canzoni. Il tutto in diretta Facebook.
Altri attentatori odierni hanno invece sfruttato le immagini alle quali siamo abituati – per l’esattezza quelle da film Hollywoodiano – per raccontare le loro crociate come se fosse il grande schermo. Primi fra tutti i membri dell’ISIS, che tra le sue file vantava appunto ex produttori cinematografici per rendere il proprio messaggio più avvincente.

Ha senso, quindi, in questi casi, ristabilire una lex iulia?Se l’attentatore vuole attenzioni, che gli si stacchi la spina e che si finga che non esista: prima o poi smetterà. Tuttavia è ingenuo pensare che una cosa del genere accada oggi, dove i social come Facebook fanno spallucce alle dichiarazioni di un presidente che incita alla violenza, e dove “deresponsabilizzazione” sembra la parola più adatta a definire il mercato e il nostro stile di vita. Ma a prescindere da ciò, una nuova lex iulia non dovrebbe essere la risposta, perché non farebbe che fingere che il problema non esiste: se questi fenomeni ci sono, è dovere che se ne parli e che si rifletta sul perché ci sono. Altrimenti, con la stessa logica si potrebbe evitare di parlare dell’Olocausto, della caccia alle streghe e di qualsiasi altro aspetto che abbia infuso terrore e morte nella storia dell’uomo.
Cosa fare dunque?

Ritornando alle immagini, Schneider mette ben in chiaro il ruolo dell’attentatore, definendolo “una variabile casuale come risposta al controllo”: quello che fa il terrorista, in altre parole, è ricordare al mondo che il controllo assoluto non esiste e che, pur nella sua impotenza, è in grado di dimostrarlo – che sia facendosi saltare in aria o accoltellando civili per strada. Quando quindi lo Stato promette una maggior sicurezza nazionale con una sorveglianza più attiva, paradossalmente non sta che carburando un possibile attentatore nel dimostrare che quel controllo non esiste. Nello specifico, quando lo Stato decide di installare più telecamere per il medesimo motivo, non sta che ampliando il palcoscenico del terrore. Questo perché, in primo luogo, non sono di certo le telecamere a fermare una persona che, immersa nella paranoia, vuole seminare caos per dimostrare di non essere impotente. E perché, in secondo luogo, le telecamere hanno in generale un impatto psicologico sulle persone, in quanto veicolano l’idea che bisogni sempre stare all’erta. Paradossalmente, questo fa il gioco del terrorista, dacché veicola lo stesso identico messaggio: dove avverrà il proprio attacco? dall’altra parte del mondo o sotto casa propria? E quando?
Quella che si ottiene è dunque una spirale angosciante e senza fine, che il sociologo francese Baudrillard ben riassunse parlando dell’attentato alle Torri Gemelle: “Son loro che l’hanno fatto, ma noi che l’abbiamo voluto”. Il filosofo italiano Galimberti infatti, fa notare come questa repressione tramite la sorveglianza sia pericolosa tanto quanto il terrorismo, perché ci porta a diventare una società diffidente e fondamentalista; non una società che si basa sui perché e sull’esercizio della ragione, che indaga le cause con umanità per evitare che si ripetano, bensì una società egocentrica che si guarda costantemente alle spalle, che pensa di essere nel giusto e che debba proteggersi dal “nemico”, chiunque esso sia. Tuttavia, il mondo è molto più complicato di così. Come esercizio di empatia, ci si potrebbe infatti chiedere cosa pensarono i libici quando Hillary Clinton raccontò l’omicidio di Gheddafi con “siamo andati, abbiamo visto [la situazione], ed è morto” sghignazzando di gusto, cosa pensava il Vietnam quando l’America fece piovere napalm rovente su chi non concordasse con loro, o gli africani che a causa del colonialismo europeo sono stati separati dalle loro tribù per essere messi con altre a loro nemiche in stati tracciati col righello; o ancora chi si è ritrovato coinvolto nelle guerre per il petrolio in Medio Oriente. La concezione di terroristi, per queste persone, è molto diversa dalla nostra.

Al posto di innalzare barriere e punire tutti con della sorveglianza di massa – che a sua volta punisce psicologicamente, che spinge a sorvegliare di più, che punisce psicologicamente, e via all’infinito – forse si dovrebbe tornare ai perché di questi gesti. Per quanto riguarda gli attentati, Schneider ci dice che la maggior parte degli attentatori sono maschi che puntano a un nuovo potere o all’anarchia, mentre la più piccola controparte femminile punta a un ideale di pace. Tracciandone un profilo psicologico, il filo conduttore dell’attentatore occidentale pare essere la mancanza di una figura paterna come punto di riferimento, che porta più facilmente l’individuo alla paranoia nella ricerca di una costante nella sua vita. Semplificando il discorso, la mancanza di affetto in una società con radici patriarcali contribuisce a generare attentatori e morte.

Per quanto riguarda i terroristi che vengono “dall’esterno”, non è un segreto che lo stile di vita dell’Occidente sia responsabile della povertà e della sofferenza del mondo (basti vedere gli esempi citati precedentemente). In un mondo ideale e dotato di empatia, si potrebbe ovviare con non troppa difficoltà a questi problemi, ma l’astrazione, l’avarizia e la legge della giungla legittimate dal mercato tendono invece a farci fare spallucce perché “non dipende da me”, mai. Sempre per citare Galimberti, in questo caso il terrorismo quindi non è che un gesto di disperazione di un senza voce, schiacciato dallo sfruttamento per la ricchezza di qualcun altro, nonché dalle enormi diseguaglianze economiche che regolano il pianeta.

Riassumendo: più affetto, comprensione dell’altro e meno sfruttamento portano a un minor numero di attentati. Al contrario, una sorveglianza sempre più stringente a difesa di una diseguaglianza sempre più marcata non fa che peggiorare l’angoscia, la sofferenza e i morti sul lungo corso. Ancora una volta, dunque, non è la tecnologia la risposta ai nostri problemi. Non è da cercare “là fuori”, in qualche soluzione rapida e indolore che ci permetterà in men che non si dica di tornare alle nostre vite frenetiche. La risposta, per quanto banale, è dentro di noi. E richiede tempo, sforzi, responsabilità. Sta a noi, alla fine, decidere come vogliamo essere e che tipo di mondo vogliamo lasciare a chi verrà. Non alle cose.


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COVID-19: nei paesi senza privacy e informazione

Sarà capitato un po’ a tutti in questi mesi di sentir parlare di Immuni, l’app che in Italia ha lo scopo di tracciare i malati di COVID-19 nel pieno rispetto della privacy. Quello di cui invece si è sentito parlare meno è il lavoro che c’è stato dietro, tra ricercatori, attivisti, associazioni, politici e tanti altri, che hanno fatto in modo che il diritto alla privacy venisse messo al primo posto e che le informazioni venissero scambiate liberamente, in Italia come in altri paesi dell’Europa. Si tende a non fare caso a certi sforzi perché finché le cose vanno per il verso giusto, semplicemente non ci si pensa. È per questo motivo che abbiamo voluto fare un resoconto – probabilmente non esaustivo – di ciò che è accaduto in alcuni paesi, dove la privacy è passata in secondo piano e/o dove la censura (anche digitale) ha oscurato notizie chiave per la salute delle persone. Di quello che può succedere quando privacy e libertà d’informazione vengono meno.

Armenia

A fine marzo è stata varata una legge che obbliga i gestori telefonici a informare gli enti statali degli spostamenti dei singoli e del loro registro chiamate. Questi enti hanno anche accesso ai dati sanitari confidenziali dei pazienti e dei loro contatti, fino a fine pandemia.

Cambogia

Le leggi passate a inizio aprile per contrastare il COVID-19 si sono rivelate una censura della stampa e dei social network con conseguenti arresti per chi dissente col governo.

Cina

Dei distretti hanno installato autonomamente telecamere all’interno di alcune abitazioni da febbraio, privando di intimità i residenti. C’è stato il tentativo di censurare la direttrice del dipartimento ospedaliero delle emergenze di Wuhan che era stata ammonita per denunciare il COVID-19, fallito grazie alle traduzioni creative di alcuni cinesi per evadere il sistema di censura nazionale cinese. Non è andata altrettanto bene a una coppia cinese, arrestata presumibilmente per aver pubblicato sul sito GitHub articoli censurati dal governo riguardo il virus. O a Li Wenliang, il medico che il virus lo ha scoperto, che era stato prima ammonito e poi reintegrato quando la notizia non era più contenibile – ora defunto. O ancora alla scomparsa nel nulla di Chen Qiushi, giornalista che documentava la situazione a Wuhan e che ha criticato pesantemente il governo con il suo emblematico video: “non ho paura neanche della morte, pensate abbia paura del Partito Comunista Cinese?”, pubblicato subito prima della scomparsa.

Anche le cifre del contagio risultano altamente inverosimili se comparate con quelle di tutto il resto del mondo: uno studio dichiara infatti che, solo nella provincia dell’Hubei (la più colpita, dove è situata Wuhan) gli ammalati dovrebbero essere circa 2,2 milioni, 30 volte in più delle cifre riportate dai media di propaganda cinese. Anche la metodologia adottata risulta incoerente con i numeri: da una parte Pechino dichiara di non aver avuto nuovi casi per 55 giorni, ma dall’altra parte ha impiegato misure “da tempi di guerra” al segnalare i 106 nuovi contagi al mercato di Xinfadi. Non è inoltre mai mancata occasione dei media locali per dare la colpa a chiunque non fosse la Cina stessa: l’Europa, la Russia, “gli stranieri”, o persino il salmone importato – e i pesci non possono contrarre il virus.

Corea del Sud

Nonostante dispongano di una legge per la privacy, le autorità pubbliche possono scavallarla per interessi pubblici (come la pandemia) dal 2015, quando scoppiò l’epidemia di MERS. I coreani sono tracciati usando persino i movimenti delle loro carte e le telecamere di sorveglianza, e parte del tracciamento è condiviso pubblicamente, come sesso, nazionalità, spostamenti ed età. Questo ha anche portato alcuni contagiati a essere stigmatizzati.

India

Il governo ha ordinato di monitorare gli impiegati con un’app a causa del COVID-19, senza che nessuno fosse a conoscenza del suo funzionamento. L’obbligo dell’app è stato poi ampliato in più campi, e quando son state trovate delle falle il governo se n’è lavato le mani.

Iran

Come già spiegato in un precedente articolo, le sanzioni americane hanno impedito di vedere la mappa dei contagi in primis. L’app per il COVID-19 è poi stata realizzata da un’agenizia filogovernativa e trovata a registrare anche il più piccolo movimento del GPS, senza che nessuno potesse sapere davvero come funzionasse. Non è mancata l’accusa di censura da parte di un medico informatore dove sarebbe stato proibito ai medici di diffondere i dati riguardo al virus, da parte dell’Islamic Revolutionary Guards Corp. E da satellite, sono inoltre state registrate immagini di cimiteri riempiti a velocità che non coincidevano coi numeri riportati.

Israele

Per monitorare i contagi, Israele ha usato gli strumenti dello Shin Bet – l’antiterrorismo del Paese – sui suoi stessi cittadini. Alla decisione di prolungare la sorveglianza, l’opposizione ha definito i metodi “da Corea del Nord”.

Montenegro

Il Corpo Internazionale di Coordinamento per le Malattie Infettive ha pubblicato su internet nome, cognome e comune di residenza dei singoli casi COVID-19.

Pakistan

I dettagli di tracciamento COVID-19 risultano non chiari, e sono in mano a un’agenzia che è stata più volte vittima di furti di dati.

Regno Unito

Il sistema sanitario nazionale ha scelto di collaborare con Palantir, una compagnia statunitense di big data per immagazzinare i dati sensibili dei cittadini, incluso il quadro clinico. Il contratto fu inizialmente di una sterlina, cosa che lasciò molte perplessità su come avrebbe guadagnato l’azienda, ed è stato rinnovato recentemente per altri 4 mesi al costo di 1 milione.

Immagine di copertina: realizzata da noi partendo da quelle di Brandon Holmes e visuals


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In data 23 giugno abbiamo ricevuto una segnalazione da parte di uno/a studente/ssa che lamenta come la rinomata Accademia di Brera abbia inviato agli studenti una mail insolita: per sostenere l’esame obbligatorio Fondamenti di Informatica, spiega la mail, gli studenti dovranno connettersi alla piattaforma Zoom ed esibire all’insegnante la propria carta d’identità e codice fiscale via webcam. Per prepararsi al test viene fornita una simulazione accessibile a tutti che, parole dell’accademia, è comparata a quei “tutorial formativi spiritosi” degli ultimi tempi perché “l’informatica è di per sé un argomento noioso”. Quanti danni può quindi comportare un atteggiamento simile? La risposta è tanti.

Ci siamo dilungati già abbastanza su come Zoom non sia una piattaforma incentrata sulla privacy, finendo negli ultimi mesi al centro di numerosi scandali riguardo sicurezza, riservatezza ed etica. Le ultime novità riguardano il tentativo di rendere la privacy un diritto solo dell’utenza pagante perché “vogliamo comunque collaborare con l’FBI” (facendo poi un passo indietro), e la sospensione degli account di alcuni attivisti cinesi che avevano svolto una veglia su Zoom in ricordo di Piazza Tiananmen 1989, perché l’azienda voleva essere in linea con le leggi locali dei singoli stati (ma 1. alcuni attivisti come Zhou Fengsuo sono cittadini americani e 2. non c’è una legge in Cina che vieti simili veglie). Abbiamo perciò inviato una e-mail/lettera aperta all’Accademia nella speranza che rivalutasse uno strumento simile – soprattutto quando si tratta di documenti altamente personali come carta d’identità e codice fiscale – ma non abbiamo ricevuto risposta.

Il test per prepararsi non lascia meno a desiderare: per funzionare ha bisogno di Adobe Flash Player, un programma che viene sconsigliato dall’azienda Adobe stessa e che da fine 2020 raggiungerà la fine del suo ciclo di vita. Per un programma, raggiungere la fine del ciclo di vita equivale a non ricevere più né aggiornamenti né assistenza: in altre parole, se viene trovata una falla di sicurezza, questa non verrà sistemata e sarà sfruttabile per sempre. Ma anche senza guardare al futuro, la nomea di Flash Player riguardo a sicurezza e privacy non gode a prescindere di una buona fama, tanto che è uno strumento generalmente e altamente sconsigliato dalla comunità informatica (non sono mancati neanche i problemi etici).
In questo caso però, non è solo il mezzo a essere carente, bensì anche le domande del test ad essere ambigue se non proprio sbagliate. E la presentazione del test, più che “spiritosa” sembra una barzelletta (aprite a vostro rischio e pericolo).

Brera-domande
Quando l’informatica è noiosa, ma sia la B che la C sono giuste e il test non è a risposta multipla

Pensare che Brera sia un caso isolato è uno sbaglio: meglio detto, trovare una scuola che non faccia uso di strumenti come Zoom, Microsoft Teams o Google Classroom – i quali chi più chi meno mercificano l’esperienza dello studente a scopi perlopiù pubblicitari – è come cercare un ago nel pagliaio. Strumenti simili sono allettanti perché non richiedono una spesa da parte del cliente, ma si tiene poi poco conto del vero prezzo da pagare a livello di privacy. A onor del vero non è sempre così, perché c’è addiritutra chi questi strumenti li paga: è il caso del FITSTIC (Fondazione Istituto Tecnico Superiore Tecnologie Industrie Creative), da noi contattato dopo un’altra segnalazione a tema Zoom con una mail molto simile a quella inviata all’Accademia di Brera. La direttrice Morena Sartori ci ha infatti informato del fatto che la versione Zoom da loro utilizzata è quella a pagamento, e che hanno scelto un simile programma perché “possiede le specifiche tecniche per organizzare l’evento”. Nessun accenno dunque ai problemi di privacy e sicurezza elencati nella mail. Anzi, non manca un’auto-pacca sulla spalla dato che “In questo modo diamo agli studenti la possibilità di conoscere le opportunità di studio dopo il diploma”. Si ricorda che il FITSTIC rientra nei percorsi di studio certificati dal Ministero dell’Istruzione.

Se l’idea di scuole pubbliche in mano ad enormi agenzie pubblicitarie non sembra distopica abbastanza, ci pensa VICE con il suo approfondito articolo sui sistemi di monitoraggio degli studenti durante gli esami a infliggere il colpo di grazia. Dato che bisogna essere sicuri che gli studenti non copino anche se non li si può davvero controllare al 100% essendo a distanza, si è passati da avere più webcam puntate sullo studente – portatile e cellulare, solitamente con Zoom su entrambe – a usare sistemi di rilevamento facciale e oculare per assicurarsi che siano posizionati perfettamente davanti allo schermo. Tra i nomi dei programmi usati vi sono Safe Exam Browser, LockDown Browser, ProctorExam, SMOWL CM, Proctorio e Proctortrack, di cui solo il primo permette di verificare cosa fa esattamente (in gergo tecnico open source, codice aperto). In altre parole, le aziende rimanenti dicono alle scuole di fidarsi nonostante maneggino dati altamente sensibili, fornendo in alcuni casi delle statistiche capillari sul comportamento degli studenti durante l’esame o avendo ampio accesso al computer di chi sostiene la prova. A poco dunque servono i consigli come quelli della Statale di Milano o dei test universitari CISIA di nascondere dalla stanza eventuali affetti personali per non ledere la propria privacy, dato che è lo strumento in primis a essere un’incognita che o è finito in mezzo a ripetuti scandali o nessuno sa davvero come funziona (azienda a parte).

Introduciamo lettori e lettrici al principio del Rasoio di Occam: questo concetto, che prende il nome dal frate Guglielmo di Occam vissuto nel XIV secolo, dice di valutare una soluzione partendo da quella più semplice. Per esempio, se vivessimo nella fredda Islanda e un giorno decidessimo di trasferirci nel caldo Sudafrica, non potremmo continuare a vestirci con abiti pesanti. Cosa fare dunque? Cerchiamo di abbassare la temperatura in Sudafrica implementando per tutta la nazione complessi sistemi di congelamento che inquinerebbero mezzo mondo e che richiederebbero anni per essere ideati, oppure ci vestiamo più leggeri? La risposta appare banale, ma è questo ciò che sta succedendo con la scuola: pur di mantenere i vecchi metodi (il vestirsi pesante) nonostante il contesto sia cambiato (la temperatura), trova soluzioni altamente complesse che non sono comunque come l’originale e che anzi danneggiano le altre persone (i sistemi di congelamento). Da quali soluzioni semplici partire allora? Considerando che: non si potrà mai avere il pieno controllo sullo studente, la gente se ne ha la possibilità imbroglia, e non tutti hanno una connessione stabile o abbastanza potente per questi sistemi di monitoraggio… che si lascino copiare gli studenti.

Avete capito bene, non c’è dato di volta il cervello: che si lascino copiare gli studenti. La temperatura è cambiata, c’è poco da fare: il metodo fra i banchi non funziona fra le mura di casa e il controllo che cercano le scuole è una semplice illusione, che più la si rincorre e più danneggia studenti e insegnanti. Perché allora non fare esami più difficili? Tieni, usa pure il libro o internet come supporto, ma ti serviranno a poco se tanto non hai diluito lo studio nelle settimane prima e/o non hai frequentato quel minimo. Oppure presentami un progetto, magari realizzato in gruppo, che richiede tempo e impegno per essere fatto. O ancora si opti per orali che siano un dialogo, ma usando piattaforme etiche e non ditte pubblicitarie più simili a nazioni digitali che giocano a Risiko dentro le istituzioni pubbliche. E certo, anche in questo caso sarà pur sempre possibile imbrogliare chiamando l’amico/a che ne sa di più per farsi suggerire negli esami scritti, ma almeno per una persona cretina – perché se pensa che l’università sia una gara a chi finisce prima e non un luogo dove apprendere, confrontarsi e conoscersi è una persona cretina – non ci andranno di mezzo tutti gli altri (e auguri comunque con gli orali e i progetti). Niente sistemi informatici complessi che portano ulteriori problemi, niente requisiti di connessione che escludono economicamente e/o geograficamente (1,5 Mb/s in upload sono un sogno per chi abita lontano dalla città), bensì un approccio consapevole al problema, che dica “Ok, non è come prima.”

Questo periodo incerto potrebbe essere un’occasione per rimanere umani seppur dietro uno schermo e i limiti che impone, e non un modo per terrorizzare gente con metodi che sembrano usciti da 1984. E questo, programmi di monitoraggio a parte, vale anche per quegli e quelle insegnanti di medie e superiori che per tener al guinzaglio gli studenti, in questi mesi non hanno saputo far altro che dar loro molti più compiti di quando erano tra i banchi; come se fossero cretini incapaci di fare altro e senza tener conto del fardello psicologico che chi più chi meno si è portato dietro durante la quarantena. Nulla a che vedere con i loro colleghi e colleghe, invece, che hanno instaurato un dialogo con i loro pupilli, che si sono dimostrati per l’appunto umani e hanno saputo insegnare senza trattare nessuno come bestie da soma trasportanti nozioni. O come la preside dell’Istituto Comprensivo Bianco-Pascoli di Fasano che ha interrotto la didattica a distanza con Google Suite non perché aveva dubbi sul rispetto della privacy dei suoi alunni, ma poiché aveva letto la lettera del Garante della Privacy e – ben conoscendo la normativa – sapeva che era lei a rispondere civilmente e penalmente, non il fornitore del servizio. Per aver tutelato i suoi alunni si è, paradossalmente, dovuta subire l’ira di genitori avvocati con l’accusa di interruzione di pubblico servizio.

Poi, in tutta franchezza, si parla tanto di digitalizzazione, ma ci teniamo a ricordare cos’è successo con l’INPS qualche mese fa: l’Italia non è pronta a passi del genere, l’Italia non sa neanche dove mettere le mani. È un po’ come quei nonni che vogliono stare così al passo coi tempi che iniziano a parlare e vestirsi come i 15enni: si sporca un po’ la bocca di parole nuove che in verità già esistono nella sua lingua per sembrare più alla moda – new normal, high-tech, fake news, infotainment, self-awareness – e alla fine il risultato è questo:

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Seriamente parlando a studentesse e studenti, insegnanti e genitori: la privacy vostra e di chi vi sta intorno non vale 30€ di un esame universitario, né la vostra carriera sparirà nel nulla per saltare un semestre. Ricordatevi che “una volta su internet, sempre su internet” e che un abuso non ne giustifica un successivo; vi invitiamo perlomeno a riflettere su tutto ciò.
Perché se volete regalare dati a Facebook va bene, è una vostra scelta (anche se non vi consigliamo di farlo e vi indirizziamo anzi alla nostra guida sulla privacy online); ma quando un’istituzione pubblica vi obbliga a mercificare la vostra esperienza chiedendovi di scegliere tra diritto all’apprendimento e diritto alla privacy, allora lì non va più bene. E che anche incazzarsi è una scelta.

Immagine di copertina: Villemard, En l’an 2000 – À l’École


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L’anno scorso il CISIA (Consorzio Interuniversitario Sistemi Integrati per l’Accesso) era presente in 104 facoltà universitarie italiane, erogando per loro il test d’ingresso TOLC (Test OnLine CISIA). L’iscrizione a questo test d’ingresso fece già all’epoca parlare di sé, in quanto un utente su Reddit denunciava che nell’iscrizione veniva richiesto obbligatoriamente un dato biometrico.

Dopo ulteriori indagini e aver contattato direttamente il DPO del CISIA Biagio Depresbiteris per delucidazioni, risultò che il famoso dato era una fotografia dell’alunno, che sarebbe stata immagazzinata per un massimo di 3 anni e che sarebbe stata utilizzata “soltanto per rendere più efficace, sicuro e veloce il riconoscimento dello studente” durante il test. La foto sarebbe infatti apparsa a schermo sui computer della prova, permettendo ai commissari di sala di verificare la corrispondenza tra studente e immagine. Il DPO dichiarò inoltre che non sarebbe stata trattata da software di nessun tipo (di conseguenza neanche quelli di riconoscimento facciale).

Etica Digitale all’epoca non disponeva dei mezzi per poter verificare tutto ciò, tant’è che a parte congetture personali come “è davvero necessario caricare la foto online? Che problemi porta il sistema attuale con la carta d’identità mostrata sul posto? Si sta esponendo la privacy dello studente inutilmente? Non richiede più tempo il dover allegare la foto rispetto al metodo precedente?” non potemmo fare altro. Tuttavia, a meno di un anno di distanza il CISIA torna tra le segnalazioni con quello che è stato il suo adattarsi all’emergenza COVID-19: il TOLC@CASA.

TOLC@CASA è un test d’ingresso adottato da alcune facoltà che ne permette lo svolgimento da casa propria tramite la piattaforma Zoom e un’impostazione particolare della stanza. Nel PDF chiamato “Configurazione Stanza TOLC@CASA, Prove ed Esigenze di Rete” infatti, vengono indicati i requisiti per sostenere il test e su come lo studente dovrà vestirsi, prepararsi e comportarsi per risultare idoneo.

Partendo dal software utilizzato, Zoom è stato nel mese d’aprile travolto da articoli su articoli riguardanti le falle non solo sul lato privacy, bensì anche su quello della sicurezza, tanto da rischiare una causa. Per via di ciò, i ban alla piattaforma non si sono fatti aspettare, sia da aziende come l’americana SpaceX che ha dichiarato a riguardo “gravi preoccupazioni”, sia dalle scuole di interi stati come Singapore. Di suo, la ditta di Zoom è subito corsa ai ripari fermando tutte le nuove funzioni in programma per 90 giorni e concentrandosi sull’aspetto della sicurezza; tuttavia, sull’adeguatezza del suo operato c’è discordanza fra gli esperti, che oscillano tra “uno dei migliori” e “caz**te ipocrite”, dove quest’ultimi incolpano l’azienda di essersi preoccupata di ciò solo perché aveva iniziato a fare troppo rumore — al posto di progettare un sistema incentrato sulla privacy fin dall’inizio. Quest’ultimo punto è infatti corroborato dalla policy dell’azienda, che dichiara di utilizzare i dati raccolti con strumenti di tracciamento come Google Analytics, cookie e fingerprinting anche per fini commerciali. In altre parole, il CISIA sta – volontariamente o meno – mercificando l’esperienza scolastica degli studenti.

Per quanto riguarda lo svolgimento della prova invece, lo studente dovrà sedersi in una stanza dotata di un’unica porta, con abbastanza luce e con il cellulare alle sue spalle che inquadra – appunto – le sue spalle, la porta, il computer e la scrivania. In altre parole, Zoom girerà sul telefono che funzionerà da telecamera per i commissari di sala. Il CISIA consiglia anche di non tenere elementi personali nella stanza come libri o testi sacri per preservare la privacy dello studente, cosa che però viene abbastanza vanificata da quanto dimostrato nel paragrafo precedente. A ciò bisogna aggiungere la raccomandazione di disattivare l’antivirus per permettere agli strumenti offerti dal CISIA di girare indisturbati qualora potesse dare problemi: indagando il codice della simulazione non abbiamo trovato nulla di strano se non commenti… creativi, ma rimane la domanda se verranno aggiunti o meno programmi nella prova ufficiale e se di conseguenza saranno a codice aperto per garantire allo studente che fanno solo quello che dichiarano di fare.

Codice della simulazione del CISIA che recita “Da aggiustare nel cazzo di Opera (?!)” (Opera infatti non è elencato nel PDF tra i browser accettati)

I requisiti poi diventano un vero e proprio ostacolo per chi vuole sostenere la prova: al di fuori della stanza idonea e dell’hardware come avere un PC e un telefono abbastanza recenti che già possono essere limitanti, il problema principale giace nella connessione richiesta: almeno 600kbps in upload. In questi ultimi mesi, i rallentamenti alle connessioni internet sono all’ordine del giorno in quanto siamo stati costretti – chi più, chi meno – fra le mura di casa, tanto che in misura preventiva anche Netflix e YouTube hanno ridotto la qualità dei propri video per evitare sovraccarichi (non disponiamo di dati alla mano, ma invitiamo il lettore a fare mente locale della sua esperienza quotidiana). Senza contare inoltre chi risiede in alcuni paesi lontani dalla città, dove i problemi di connessione persistono da anni.

Per ovviare a ciò, il CISIA ha dichiarato sul suo blog che chiunque non possa sostenere TOLC@CASA, avrà la possibilità di svolgere il normale TOLC nei mesi a venire direttamente presso le sedi universitarie. E che se ciò non fosse comunque possibile, che si adopereranno per trovare soluzioni efficaci. Il nostro dubbio, data questa affermazione, è: perché allora non rimandare il tutto in quei mesi a venire?

Nonostante tutte le misure adottate infatti (come non poter indossare abiti con grandi tasche dove riporre oggetti), non sarà comunque impossibile per lo studente imbrogliare – e pensare che nessuno lo farà equivale a essere ingenui. Per esempio, se si abita al piano terra e la stanza dispone di una finestra, basterà avere una persona al di fuori di essa che legga le domande sullo schermo, ne cerchi la risposta su internet e la comunichi nei modi più creativi (come colpi di tosse, rumori o cartelloni con risposte). In altre parole, il sistema è scavallabile e rischia di diventare una semplice gara a chi si ingegna di più.

Vale quindi la pena mercificare lo studente, non avere certezze sulla correttezza della prova, e applicare dei requisiti che funzionano da vero e proprio sbarramento economico, solo per avere una possibilità in più di tentare il test?

L’articolo è stato modificato una volta in data 07/05/2020 dopo aver controllato il codice JavaScript della simulazione CISIA


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Alternative digitali ai tempi del COVID-19

Cliqz: il motore di ricerca indipendente chiude i battenti

Dopo che il progetto FUSS – che da 15 anni garantiva alla Provincia Autonoma di Bolzano software libero per studenti, insegnanti e non solo – è stato annullato dall’assessorato alla cultura proprio in un momento dove l’istruzione e il lavoro in remoto sono diventati essenziali (ma che per fortuna è stato reintegrato in Commissione Europea), è giunta due giorni fa un’altra stangata: Cliqz, il motore di ricerca europeo indipendente che recitava “Se non agiamo ora, diventeremo una colonia digitale (americana, ndr.)” ha chiuso. Riportiamo di seguito la traduzione gentilmente offertaci da D.V. del loro post originale: Farewell from Cliqz.

Addio da Cliqz

Cari amici di Cliqz,

Ieri abbiamo annunciato, non a cuor leggero, che la storia di Cliqz è giunta al termine. Una terribile decisione ma l’unica possibile. Non c’è futuro per Cliqz così com’è oggi.

Durante l’ultimo anno, le persone ci han chiesto come Cliqz potesse fallire. Domanda facile a cui rispondere: infatti, siamo sempre stati più vicini al fallimento che alla riuscita ma ci abbiamo comunque provato, pur sapendolo.

Abbiamo superato molti ostacoli: saremmo stati capaci di attrarre i migliori talenti per costruire da 0 un nuovo motore di ricerca che rispettasse la privacy? Saremmo riusciti a prendere i dati giusti per allenare il nostro motore di ricerca? Saremmo stati in grado di fare tutto senza utilizzare scorciatoie o l’indicizzazione del web di altri motori di ricerca (al contrario degli altri)? Abbiamo ribaltato i pronostici molte volte.

Ma non questa volta: non avevamo previsto una pandemia arrivare. Non ci aspettavamo che un virus avrebbe potuto colpire Cliqz e, anche solo un mese e mezzo fa, abbiamo sottovalutato cosa avrebbe fatto all’economia e, anche più, alle priorità della politica. Ci è divenuto chiaro nell’ultima settimana che tutte le iniziative politiche per creare un’infrastruttura digitale indipendente europea sono state bloccate o postposte per anni. Il Covid-19 sta oscurando tutto il resto: questo clima non è adatto per avere una discussione significativa riguardo fondi pubblici per una soluzione come Cliqz.

Anche se la nostra storia finisce qui, non ci pentiamo di nulla. Abbiamo costruito ottimi prodotti durante gli ultimi anni. Browser che proteggono la privacy dell’utente. Human Web, che è un modo straordinario per avere i dati per allenare il proprio motore di ricerca rispettando il nostro fondamentale diritto alla privacy. La nostra, unica nel suo tipo, ricerca veloce che ti permette di cercare direttamente nel browser. Un nuovo approccio che unisce pubblicità mirate e privacy. La più potente tecnologia anti-tracciamento e blocco-contenuti. Dulcis in fundo, il nostro motore di ricerca. Il nostro obiettivo era quello di costruire uno dei pochi, realmente indipendenti, motori di ricerca. Lo abbiamo costruito da 0, non abbiamo utilizzato l’indicizzazione del web di qualcun altro. Funziona ed arriva all’utente con 100% privacy, senza bisogno di modifiche. Abbiamo sconfitto tutte le previsioni; abbiamo sconfitto tutte le persone che ci hanno sempre ripetuto che ci sarebbe costato miliardi.

Purtroppo, non siamo riusciti a rendere le persone coscienti del problema; non siamo riusciti a raggiungere un bacino di utenza che ci avrebbe permesso di finanziare da soli il nostro motore di ricerca. Abbiamo raggiunto centinaia di migliaia di utenti ogni giorno ma – questo è lo svantaggio di utilizzare solo le nostre tecnologie – non è abbastanza per continuare a coprire tutti i costi. Più di tutto, abbiamo fallito nel convincere i nostri politici stakeholders che l’Europa abbia un disperato bisogno di una propria, indipendente, infrastruttura digitale. Possiamo solo sperare che qualcun altro prenda la palla al balzo per noi. Tutto ciò è ancora vero: l’Europa ne ha bisogno; il mondo ha bisogno di un motore di ricerca che rispetti la privacy e che non utilizzi Google o Bing dietro le quinte. Il mondo merita una rete più equa e migliore. La pandemia non ha cambiato tutto questo.

Non abbiamo fallito creando un’enorme conoscenza. Non abbiamo fallito facendo le cose in modo differente. Non abbiamo fallito combinando dati e privacy. Più di tutto, non abbiamo fallito creando un fantastico ed appassionato team intorno a Cliqz.

Dobbiamo anche ringraziare Hubert Burda Media, come compagnia e come investitore. Hanno predicato bene e razzolato bene: credere in un internet migliore era possibile. Non potevamo sperare in un miglior partner.

Siamo fieri di tutti quanti: chi ha lavorato con Cliqz e chi ci ha supportato. Grazie a tutti di cuore per questo viaggio. Grazie a tutti i nostri utenti per credere in noi e darci preziosi consigli.

Grazie per aver creduto in qualcosa che non è mai stato facile realizzare sin dal principio, ma nel quale valeva la pena credere.

La storia di Cliqz, come la conosciamo, termina qui, ma ne è valsa la pena.

Addio,

dal vostro Team di Cliqz

Cliqz forse non era lo strumento perfetto, ma rimane innegabile il suo contributo verso il software libero e verso l’indipendenza digitale.

Immagine in anteprima: Cliqz