Xinjiang e Tibet: del digitale e di prigioni

I campi di concentramento esistono ancora, solo più moderni: si chiamano laojiao e sono in Cina

Attenzione: questo articolo è il secondo di una serie di 2, sull’utilizzo della tecnologia in Cina. Qui la prima parte

Ritornando a 1984 di George Orwell, quando si parla di questo romanzo si immagina subito una distopia dove la tecnologia è usata per soggiogare le persone. Quello però che alcuni non realizzano è che il succo del romanzo non è la tecnologia, bensì il totalitarismo; i regimi che imponevano la loro verità con la forza e la paura, fossero essi il comunismo sovietico dei gulag o la Stasi della Germania di Hitler. Politiche che tramite la tecnologia – strumento neutrale – non potevano che peggiorare.
Nell’articolo precedente abbiamo parlato della situazione attuale in Cina, che abbiamo dimostrato essere appunto un regime: l’errore che si può fare è pensare che questi comportamenti siano fenomeni degli ultimi anni, di un “qualcosa” andato storto; ed è per questo che, se vogliamo parlare di Xinjiang e Tibet – le due regioni più soggette a questa tortura tecnologica –, c’è bisogno di partire dal principio.

Tuffo nel passato

Lo Xinjiang è una regione situata nel nord ovest della Cina e sede della minoranza etnica degli uiguri, popolo musulmano che viene dal khanato turco e che fondò in seguito un khanato tutto suo (744-840). Nel corso della loro storia furono a tratti alleati e nemici della dinastia cinese Tang, passando poi sotto Gengis Khan e infine sotto la dinastia cinese Qing (1760), dove il loro territorio fu annesso alla Cina e prese appunto il nome di Xinjiang. Seguirono ulteriori rivolte nel 1876, 1933 e 1944, che lo resero a tratti uno stato a sé stante, almeno fino a quando, con l’unificazione della Cina di Mao e la Rivoluzione Culturale cinese, non venne riassorbito come regione autonoma – dichiarata ufficialmente nel 1955. Qui furono infine istituiti i bingtuan, organizzazioni paramilitari dove le truppe cinesi demilitarizzate ricevevano (e tuttora ricevono) vantaggi al diventare contadini.

La storia conosciuta del Tibet inizia invece nel 620 con l’imperatore Songsten Gampo. Dopo scontri con i già citati uiguri e Tang, raggiunse l’apice nel 780, per poi decadere e frammentarsi, diventando anch’esso territorio mongolo (1240). Tra vari passaggi del testimone, anche il Tibet passò sotto la dinastia Qing (1720), finché nel 1910 l’ufficiale Zhao Erfeng non depose il Dalai Lama, massima autorità religiosa e politica. Subito dopo la Cina si scusò ritirando le sue truppe, e il Tibet dichiarò l’indipendenza finché, anche qui, non arrivò la Rivoluzione Culturale dove la Cina affermò la sua sovranità e offrì l’autonomia alla regione (rifiutata dal Dalai Lama). Nel 1958 le due contestate regioni di Kham e Amdo passarono definitivamente sotto la Cina, seguite dall’arresto di 2000 monaci e l’imposizione dell’ideologia cinese che portò nel 1959 alla ribellione del Tibet – soprattutto nella capitale Lhasa – e al conseguente ritiro dell’offerta di autonomia. Nello stesso anno il Dalai Lama si rifugiò in India, dando vita da allora a migliaia di migrazioni di monaci l’anno.

La situazione di queste due regioni oggi è notevolmente cambiata, ed è facile cadere trappola di narrazioni romanzate, distorte o demonificate. Tuttavia, se si guarda a fondo, si noterà che il minimo comune denominatore tra le due è quello spirito da Rivoluzione Culturale, e che quello che sta succedendo “ora” non è che la medesima cosa supportata da una migliore tecnologia.

Campi di concentramento ieri e oggi

Attualmente nello Xinjiang è nota la presenza di campi “di rieducazione”, più simili a campi di concentramento, dove chi non concorda con l’ideologia del Partito viene appunto rieducato. Questi campi non sono altro che la nuova versione dei laojiao, campi di rieducazione tramite il lavoro creati nel 1949 e ispirati ai gulag sovietici, per i piccoli crimini e per chi non condivide le stesse ideologie dello Stato. Sulla carta i laojiao hanno cessato di esistere nel 2013, ma nella pratica hanno solo cambiato nome (come i loro fratelli laogai per i criminali nel 1994, che han preso il nome di prigioni). Nonostante la Cina affermi che le persone entrino di loro spontanea volontà in campi simili, video di persone legate in ginocchio e bendate come se stessero per essere deportate mostrano una narrativa differente. Le dichiarazioni di persone fuggite da certe realtà lasciano inoltre poco all’immaginazione, come questa insegnante che afferma di come le donne venissero stuprate dalle guardie davanti agli altri prigionieri, costretti a guardare mentre sia loro che la donna dovevano rimanere in silenzio; o di stanze di tortura, di come debbano dormire tutti immobili sullo stesso fianco, e di come i musulmani siano costretti a mangiare maiale. Il tutto condito con inni di propaganda dalla mattina alla sera.
Storie simili vengono anche dal Tibet, dove nel 2005 una suora tibetana fuggita attraverso l’India affermava di essere stata stuprata e messa in campi di lavoro per via di venerare il Dalai Lama. Tuttavia, non si vuole paragonare questi ai campi di sterminio dell’olocausto, o almeno non a livello fisico. L’eliminazione della persona in questo caso – per quanto molte siano sparite nel nulla – sembra più da Ministero dell’Amore di Orwell, dove a morire è l’essenza della persona in un indottrinamento violento ed estenuante.

Andando a ritroso, già nel 1992 Amnesty International denunciava le condizioni disumane con torture annesse dei campi di lavoro in Tibet, ritrovandoci quindi davanti a una situazione che non è recente, ma semplicemente ignorata. Oggi, anzi, denunciare e indagare è diventato quasi impossibile: dal 2016 le ONG devono venire approvate dal governo, chiunque provi a parlare male della Cina viene bandito (dal New York Times nel 2012 allo show Last Week Tonight di John Oliver nel 2018) e in Tibet l’accesso a giornalisti e attivisti stranieri è vietato dal 2008 a meno che non siano approvati dall’Ufficio degli Affari Esteri cinese; tanto che l’ultimo documentario non cinese sulla vita dei religiosi locali risale a quell’anno, ed è stato girato di nascosto.

Se dovessimo trovare un punto per l’escalation, si dovrebbe partire proprio dal 10 marzo di quel 2008, dove, dopo anni di pressioni, violenze e imposizioni culturali che hanno giocato a stremare fisicamente e mentalmente i “non-cinesi”, sono iniziate le rivolte. Era il 49esimo anniversario dall’annessione del Tibet, e nella sua capitale Lhasa si riversarono migliaia di persone iniziando a distruggere e colpire tutti i non tibetani – stranieri esclusi – e le loro attività. Sedate le rivolte, la Cina rispose con un ispessimento dei controlli e delle frontiere (per chi voleva fuggire in India), blocco della rete internet e provvedimenti che ricalcarono la legge marziale.
Una cosa simile accade nello Xinjiang del 2009 con le rivolte nella sua capitale Urumqi dal 5 al 7 luglio, in seguito agli scontri nel Guangdong che provocarono due morti uiguri. Iniziata come manifestazione pacifica in cerca di risposte, è terminata poi nella violenza, con persone incarcerate, fatte sparire e sei condanne a morte. Nella regione la tensione era già palpabile da anni, solitamente a suon di accoltellamenti e bombe da parte di alcuni uiguri.

Questi due avvenimenti hanno offerto un ottimo pretesto alla Cina per usare ancora di più il pugno di ferro nel corso degli anni, isolando queste realtà dal mondo e bollandole come separatiste e/o terroriste. Dal 2017 per esempio, le barbe troppo lunghe e i veli sono proibiti nello Xinjiang tanto quanto chiamare il proprio figlio Muhammad o Medina. Il Dalai Lama invece è considerato una figura politica separatista e farsi trovare con dei suoi scritti equivale al carcere. Per avere un’idea migliore del concetto di libertà attuale, nell’ultima classifica stilata da Freedom House (2019), quella del Tibet è di 1 su 100, seconda solo al 0/100 della Siria e superata persino dalla Corea del Nord (4/100). Quella cinese 11/100, al pari della Striscia di Gaza.
Di particolare rilievo è infine la figura di Chen Quanguo, ex soldato e attuale segretario del Partito. Il suo maggior contributo è stato l’innovare la polizia prima nel Tibet – dove ha operato dal 2011 al 2016 – e poi nello Xinjiang – dal 2016 a ora. Il sistema di Chen Quanguo è stato creare delle stazioni di polizia “di comodità” in queste due regioni e suddividere l’amministrazione a griglie. Così facendo, la sorveglianza fisica è gestita ogni 500 metri da uno stand della polizia, supportata a sua volta da telecamere e da quei poliziotti che, dal 2011 al 2016, hanno visto i reclutamenti più che quadruplicarsi rispetto ai cinque anni precedenti.

Tecnologia per sopprimere

Individuato il quadro storico e i minimi comuni denominatori, vediamo ora come la tecnologia sia stata adattata alla situazione.

Partiamo dalla città di Kashgar, nello Xinjiang. Grazie a un report sul campo di BuzzFeedNews, veniamo a sapere di come la sorveglianza digitale sia a livelli sconcertanti: durante l’attesa in uno dei tanti posti di blocco sparsi per la regione, la giornalista viene messa in una fila separata dagli uiguri. Questi vengono infatti sottoposti a scansione facciale per verificare la loro identità, cosa che a lei non accade. Descrive poi le telecamere come “onnipresenti” e persino per fare benzina è richiesta una scansione del volto. Non mancano poi i già citati campi di concentramento, qui definiti “centri di educazione politica”, che un tempo erano scuole, dove a detta di un locale le persone scompaiono. La città infine funziona da “palestra digitale” per le aziende tecnologiche che vogliono testare nuovi prodotti, come la compagnia pechinese Wanlihong e la sua scansione degli iridi; un aspetto, quello della palestra, che in verità si riscontra in tutto lo Xinjiang. Spostandoci infatti nella città di Tumshuq, le minoranze etniche musulmane sono soggetto di studio (forzato) di fenotipizzazione del DNA. In poche parole, analizzando il DNA, si tenta di ricostruire la faccia di un individuo. E risulta che tra l’altro l’Europa stia finanziando, consapevolmente o meno, questa ricerca.

Tornando ai posti di blocco, per monitorare meglio gli spostamenti di queste minoranze, è del 2017 la notizia dell’installazione forzata dell’app Jingwang ai residenti: Jingwang ha il compito di spiare il contenuto dei telefoni (in gergo tecnico spyware), che vengono poi appunto esaminati ai posti di blocco. Sempre del 2017 è l’obbligo di avere un tracciante GPS installato nelle macchine di queste persone, collegato a un satellite cinese. Infine, come se non bastasse, codici QR troneggiano di fianco alle porte d’ingresso delle abitazioni uigure, contenendo informazioni personali sui suoi residenti che la polizia controlla regolarmente. Anzi, ricordate il discorso di come un coltello possa essere usato sia in maniera utile che in maniera dannosa? A quanto pare lo sanno anche i cinesi, dato che per prevenire hanno applicato un QR anche su quelli, per associarli ai proprietari (sono noti casi di accoltellamenti di rivolta come quelli del 2013 a Lukqun, forse in risposta all’omicidio di un bambino uiguro a colpi di machete a Piqan).

Spostandoci in Tibet le notizie sono più scarne a causa dell’ostacolo ai giornalisti, tuttavia sono noti casi di censura tramite l’app di messaggistica cinese WeChat: uno studio ha infatti rivelato come messaggi contenenti termini riguardanti una festività buddhista non venissero recapitati. Un tibetano, poi, è stato arrestato proprio per aver creato un gruppo sul Dalai Lama sulla medesima app. Anche il numero dei monaci che emigrano è andato a calare a causa della sorveglianza ancora più dura iniziata dopo la rivolta di Lhasa e intensificata dopo le limitazioni sui passaporti del 2012, dando via al fenomeno dell’autoimmolazione come forma di protesta che ha causato ad oggi 156 vittime. Inoltre, per disincentivare ulteriormente dal rifugiarsi in altri stati, da fine 2018 sono stati dispiegati droni militari a proteggere i confini sia di Tibet che dello Xinjiang, dotati di radar e con la capacità di carico di 12 missili l’uno.

Vie della seta

Nel 2014 il People’s Daily, il più diffuso quotidiano cinese, pubblicava un articolo riguardo il pensiero del presidente Xi Jingping sullo Xinjiang: i punti di partenza e di arrivo sono la promozione dell’equità sociale e della giustizia, e il miglioramento del benessere delle persone”, ripreso qualche riga dopo in “realizzare il sogno cinese e dare maggiori contributi”. Risulta evidente come queste affermazioni non rispecchino la situazione attuale, sempre ovviamente se il sogno cinese non sia fare sparire lentamente etnie che non siano la Han (ovvero quella cinese più diffusa) e la promozione della giustizia quella di non fare esistere voci discordanti. Tuttavia è lecito ipotizzare un altro motivo per giustificare queste parole: la One Belt One Road, ovvero la nuova Via della Seta.

In un post del 2015 dell’agenzia di stampa ufficiale cinese Xinhua, ora non più reperibile se non grazie a una copia, lo Xinjiang veniva definita una regione essenziale per la nuova Via della Seta. La regione, che possiede ¼ dei confini terrestri cinesi, per l’esattezza quelli che affacciano di più verso l’Europa, “si impegnerebbe a diventare un centro di comunicazioni, commercio, cultura, finanza e di cure mediche lungo la Via”. In altre parole, la regione ha un ampio interesse geopolitico, ed è necessario che rimanga in ordine per continuare il progetto espansionistico della Cina. Considerate le condizioni attuali, un maggiore ordine è probabilmente ottenibile solo tramite una maggiore repressione.

Parlando di nuove Vie della Seta, l’Italia è stata il primo e unico paese G7 ad entrare nel tal progetto, il 23 marzo 2019. Il firmatario nonché Ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio ha affermato che con la Cina “questo rapporto vogliamo rafforzarlo e uno dei percorsi per farlo è sicuramente la Belt and Road Initiative. Un progetto di sviluppo di cui noi vogliamo essere protagonisti”. Nella stessa giornata sono stati inoltre firmati molteplici contratti di collaborazione per un totale di 2.5 miliardi di euro: tra i nomi troviamo Intesa San Paolo, ENI e Ferrovie dello Stato.

Conclusioni e riflessioni

Non pensiamo ci sia davvero molto da aggiungere sulla Cina: dati i suoi livelli di sorveglianza, se tenete alla vostra privacy vi possiamo solo consigliare di stare alla larga da qualsiasi prodotto tecnologico delle loro compagnie (e da Skype), sia esso un’app come WeChat o TikTok, o un telefono come Huawei o Xiaomi. E questo a prescindere dal fatto che ci siano prove o meno su quel determinato prodotto, in quanto è il contesto in sé a essere compromesso. Poi, beh, “votate col vostro portafoglio” direbbe qualche utente sulla rete, anche se trovare qualcosa che non sia Made in China è ormai un’impresa e che gli sweatshop cinesi come quelli di Prato che sono teoricamente Made in Italy sono una realtà. Oppure ancora incazzatevi, parlatene, ritrovatevi, protestate, approfondite, contattate organizzazioni che si impegnano da anni sul tema come Amnesty International e Human Rights Watch; oppure no, per carità: quello che vi sentite. Tuttavia, se c’è una cosa alla quale proprio vorremmo invitarvi, è quella di restare umani. Non lasciate che certe storie siano l’ennesima foto del bimbo morto su qualche costa in grado di smuovere per qualche minuto il vostro disgusto, per poi scordarsene dopo una settimana. Perché alla fine anche in questa storia abbiamo foto di morti, come ce n’erano già nel 1989, ma non si dovrebbe arrivare a un cadavere con la testa esplosa da un fucile per motivare. Il cadavere dovrebbe far piangere.

Per quanto riguarda l’Italia invece, si sembra tristemente non venir meno a quell’idea di popolino che venderebbe pure la propria madre pur di sentirsi importante. Mentre il resto dell’Europa lavora a una Via della Seta alternativa con Australia e Giappone, noi abbiamo barattato la crescita con l’umanità. Paradossale assoggettarsi a certi Paesi e ai suoi campi di tortura, quando poi si urla “mai più” durante la Giornata della Memoria e si prendono le difese della Senatrice Liliana Segre. I musulmani, i tibetani e i cittadini cinesi stessi sono di serie B? La tortura di milioni di persone è giustificata se abbiamo un guadagno? Perché in mesi di proteste a Hong Kong, per esempio, non abbiamo sentito accenni a niente di tutto ciò provenire dai mezzi d’informazione, eppure va avanti da decenni.

C’è, infine, chi potrebbe ritenere questo articolo politico: tuttavia, se prendere le difese degli abitanti di un’intera nazione – perché si ricorda che, per quanto la situazione nello Xinjiang e Tibet sia più grave, neanche i normali cinesi possono vivere una vita normale – da strumenti di sorveglianza, propaganda e tortura è politico, e non invece umano, forse qualcosa è andato storto dentro di noi. E che forse, è il momento di smettere di alienarsi.


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