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COVID-19: nei paesi senza privacy e informazione

Dall’Armenia all’India, 11 paesi che hanno dimostrato in questi mesi quello che succede quando i diritti alla privacy e all’informazione libera non sono contemplati

Sarà capitato un po’ a tutti in questi mesi di sentir parlare di Immuni, l’app che in Italia ha lo scopo di tracciare i malati di COVID-19 nel pieno rispetto della privacy. Quello di cui invece si è sentito parlare meno è il lavoro che c’è stato dietro, tra ricercatori, attivisti, associazioni, politici e tanti altri, che hanno fatto in modo che il diritto alla privacy venisse messo al primo posto e che le informazioni venissero scambiate liberamente, in Italia come in altri paesi dell’Europa. Si tende a non fare caso a certi sforzi perché finché le cose vanno per il verso giusto, semplicemente non ci si pensa. È per questo motivo che abbiamo voluto fare un resoconto – probabilmente non esaustivo – di ciò che è accaduto in alcuni paesi, dove la privacy è passata in secondo piano e/o dove la censura (anche digitale) ha oscurato notizie chiave per la salute delle persone. Di quello che può succedere quando privacy e libertà d’informazione vengono meno.

Armenia

A fine marzo è stata varata una legge che obbliga i gestori telefonici a informare gli enti statali degli spostamenti dei singoli e del loro registro chiamate. Questi enti hanno anche accesso ai dati sanitari confidenziali dei pazienti e dei loro contatti, fino a fine pandemia.

Cambogia

Le leggi passate a inizio aprile per contrastare il COVID-19 si sono rivelate una censura della stampa e dei social network con conseguenti arresti per chi dissente col governo.

Cina

Dei distretti hanno installato autonomamente telecamere all’interno di alcune abitazioni da febbraio, privando di intimità i residenti. C’è stato il tentativo di censurare la direttrice del dipartimento ospedaliero delle emergenze di Wuhan che era stata ammonita per denunciare il COVID-19, fallito grazie alle traduzioni creative di alcuni cinesi per evadere il sistema di censura nazionale cinese. Non è andata altrettanto bene a una coppia cinese, arrestata presumibilmente per aver pubblicato sul sito GitHub articoli censurati dal governo riguardo il virus. O a Li Wenliang, il medico che il virus lo ha scoperto, che era stato prima ammonito e poi reintegrato quando la notizia non era più contenibile – ora defunto. O ancora alla scomparsa nel nulla di Chen Qiushi, giornalista che documentava la situazione a Wuhan e che ha criticato pesantemente il governo con il suo emblematico video: “non ho paura neanche della morte, pensate abbia paura del Partito Comunista Cinese?”, pubblicato subito prima della scomparsa.

Anche le cifre del contagio risultano altamente inverosimili se comparate con quelle di tutto il resto del mondo: uno studio dichiara infatti che, solo nella provincia dell’Hubei (la più colpita, dove è situata Wuhan) gli ammalati dovrebbero essere circa 2,2 milioni, 30 volte in più delle cifre riportate dai media di propaganda cinese. Anche la metodologia adottata risulta incoerente con i numeri: da una parte Pechino dichiara di non aver avuto nuovi casi per 55 giorni, ma dall’altra parte ha impiegato misure “da tempi di guerra” al segnalare i 106 nuovi contagi al mercato di Xinfadi. Non è inoltre mai mancata occasione dei media locali per dare la colpa a chiunque non fosse la Cina stessa: l’Europa, la Russia, “gli stranieri”, o persino il salmone importato – e i pesci non possono contrarre il virus.

Corea del Sud

Nonostante dispongano di una legge per la privacy, le autorità pubbliche possono scavallarla per interessi pubblici (come la pandemia) dal 2015, quando scoppiò l’epidemia di MERS. I coreani sono tracciati usando persino i movimenti delle loro carte e le telecamere di sorveglianza, e parte del tracciamento è condiviso pubblicamente, come sesso, nazionalità, spostamenti ed età. Questo ha anche portato alcuni contagiati a essere stigmatizzati.

India

Il governo ha ordinato di monitorare gli impiegati con un’app a causa del COVID-19, senza che nessuno fosse a conoscenza del suo funzionamento. L’obbligo dell’app è stato poi ampliato in più campi, e quando son state trovate delle falle il governo se n’è lavato le mani.

Iran

Come già spiegato in un precedente articolo, le sanzioni americane hanno impedito di vedere la mappa dei contagi in primis. L’app per il COVID-19 è poi stata realizzata da un’agenizia filogovernativa e trovata a registrare anche il più piccolo movimento del GPS, senza che nessuno potesse sapere davvero come funzionasse. Non è mancata l’accusa di censura da parte di un medico informatore dove sarebbe stato proibito ai medici di diffondere i dati riguardo al virus, da parte dell’Islamic Revolutionary Guards Corp. E da satellite, sono inoltre state registrate immagini di cimiteri riempiti a velocità che non coincidevano coi numeri riportati.

Israele

Per monitorare i contagi, Israele ha usato gli strumenti dello Shin Bet – l’antiterrorismo del Paese – sui suoi stessi cittadini. Alla decisione di prolungare la sorveglianza, l’opposizione ha definito i metodi “da Corea del Nord”.

Montenegro

Il Corpo Internazionale di Coordinamento per le Malattie Infettive ha pubblicato su internet nome, cognome e comune di residenza dei singoli casi COVID-19.

Pakistan

I dettagli di tracciamento COVID-19 risultano non chiari, e sono in mano a un’agenzia che è stata più volte vittima di furti di dati.

Regno Unito

Il sistema sanitario nazionale ha scelto di collaborare con Palantir, una compagnia statunitense di big data per immagazzinare i dati sensibili dei cittadini, incluso il quadro clinico. Il contratto fu inizialmente di una sterlina, cosa che lasciò molte perplessità su come avrebbe guadagnato l’azienda, ed è stato rinnovato recentemente per altri 4 mesi al costo di 1 milione.

Immagine di copertina: realizzata da noi partendo da quelle di Brandon Holmes e visuals


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