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Tecnologie autoritarie

Cara distopia: l’istruzione ai tempi del COVID-19

Come medie, superiori e università in Italia costringano a una scelta tra il diritto allo studio e quello alla privacy, e sull’incapacità di adattarsi

In data 23 giugno abbiamo ricevuto una segnalazione da parte di uno/a studente/ssa che lamenta come la rinomata Accademia di Brera abbia inviato agli studenti una mail insolita: per sostenere l’esame obbligatorio Fondamenti di Informatica, spiega la mail, gli studenti dovranno connettersi alla piattaforma Zoom ed esibire all’insegnante la propria carta d’identità e codice fiscale via webcam. Per prepararsi al test viene fornita una simulazione accessibile a tutti che, parole dell’accademia, è comparata a quei “tutorial formativi spiritosi” degli ultimi tempi perché “l’informatica è di per sé un argomento noioso”. Quanti danni può quindi comportare un atteggiamento simile? La risposta è tanti.

Ci siamo dilungati già abbastanza su come Zoom non sia una piattaforma incentrata sulla privacy, finendo negli ultimi mesi al centro di numerosi scandali riguardo sicurezza, riservatezza ed etica. Le ultime novità riguardano il tentativo di rendere la privacy un diritto solo dell’utenza pagante perché “vogliamo comunque collaborare con l’FBI” (facendo poi un passo indietro), e la sospensione degli account di alcuni attivisti cinesi che avevano svolto una veglia su Zoom in ricordo di Piazza Tiananmen 1989, perché l’azienda voleva essere in linea con le leggi locali dei singoli stati (ma 1. alcuni attivisti come Zhou Fengsuo sono cittadini americani e 2. non c’è una legge in Cina che vieti simili veglie). Abbiamo perciò inviato una e-mail/lettera aperta all’Accademia nella speranza che rivalutasse uno strumento simile – soprattutto quando si tratta di documenti altamente personali come carta d’identità e codice fiscale – ma non abbiamo ricevuto risposta.

Il test per prepararsi non lascia meno a desiderare: per funzionare ha bisogno di Adobe Flash Player, un programma che viene sconsigliato dall’azienda Adobe stessa e che da fine 2020 raggiungerà la fine del suo ciclo di vita. Per un programma, raggiungere la fine del ciclo di vita equivale a non ricevere più né aggiornamenti né assistenza: in altre parole, se viene trovata una falla di sicurezza, questa non verrà sistemata e sarà sfruttabile per sempre. Ma anche senza guardare al futuro, la nomea di Flash Player riguardo a sicurezza e privacy non gode a prescindere di una buona fama, tanto che è uno strumento generalmente e altamente sconsigliato dalla comunità informatica (non sono mancati neanche i problemi etici).
In questo caso però, non è solo il mezzo a essere carente, bensì anche le domande del test ad essere ambigue se non proprio sbagliate. E la presentazione del test, più che “spiritosa” sembra una barzelletta (aprite a vostro rischio e pericolo).

Brera-domande
Quando l’informatica è noiosa, ma sia la B che la C sono giuste e il test non è a risposta multipla

Pensare che Brera sia un caso isolato è uno sbaglio: meglio detto, trovare una scuola che non faccia uso di strumenti come Zoom, Microsoft Teams o Google Classroom – i quali chi più chi meno mercificano l’esperienza dello studente a scopi perlopiù pubblicitari – è come cercare un ago nel pagliaio. Strumenti simili sono allettanti perché non richiedono una spesa da parte del cliente, ma si tiene poi poco conto del vero prezzo da pagare a livello di privacy. A onor del vero non è sempre così, perché c’è addiritutra chi questi strumenti li paga: è il caso del FITSTIC (Fondazione Istituto Tecnico Superiore Tecnologie Industrie Creative), da noi contattato dopo un’altra segnalazione a tema Zoom con una mail molto simile a quella inviata all’Accademia di Brera. La direttrice Morena Sartori ci ha infatti informato del fatto che la versione Zoom da loro utilizzata è quella a pagamento, e che hanno scelto un simile programma perché “possiede le specifiche tecniche per organizzare l’evento”. Nessun accenno dunque ai problemi di privacy e sicurezza elencati nella mail. Anzi, non manca un’auto-pacca sulla spalla dato che “In questo modo diamo agli studenti la possibilità di conoscere le opportunità di studio dopo il diploma”. Si ricorda che il FITSTIC rientra nei percorsi di studio certificati dal Ministero dell’Istruzione.

Se l’idea di scuole pubbliche in mano ad enormi agenzie pubblicitarie non sembra distopica abbastanza, ci pensa VICE con il suo approfondito articolo sui sistemi di monitoraggio degli studenti durante gli esami a infliggere il colpo di grazia. Dato che bisogna essere sicuri che gli studenti non copino anche se non li si può davvero controllare al 100% essendo a distanza, si è passati da avere più webcam puntate sullo studente – portatile e cellulare, solitamente con Zoom su entrambe – a usare sistemi di rilevamento facciale e oculare per assicurarsi che siano posizionati perfettamente davanti allo schermo. Tra i nomi dei programmi usati vi sono Safe Exam Browser, LockDown Browser, ProctorExam, SMOWL CM, Proctorio e Proctortrack, di cui solo il primo permette di verificare cosa fa esattamente (in gergo tecnico open source, codice aperto). In altre parole, le aziende rimanenti dicono alle scuole di fidarsi nonostante maneggino dati altamente sensibili, fornendo in alcuni casi delle statistiche capillari sul comportamento degli studenti durante l’esame o avendo ampio accesso al computer di chi sostiene la prova. A poco dunque servono i consigli come quelli della Statale di Milano o dei test universitari CISIA di nascondere dalla stanza eventuali affetti personali per non ledere la propria privacy, dato che è lo strumento in primis a essere un’incognita che o è finito in mezzo a ripetuti scandali o nessuno sa davvero come funziona (azienda a parte).

Introduciamo lettori e lettrici al principio del Rasoio di Occam: questo concetto, che prende il nome dal frate Guglielmo di Occam vissuto nel XIV secolo, dice di valutare una soluzione partendo da quella più semplice. Per esempio, se vivessimo nella fredda Islanda e un giorno decidessimo di trasferirci nel caldo Sudafrica, non potremmo continuare a vestirci con abiti pesanti. Cosa fare dunque? Cerchiamo di abbassare la temperatura in Sudafrica implementando per tutta la nazione complessi sistemi di congelamento che inquinerebbero mezzo mondo e che richiederebbero anni per essere ideati, oppure ci vestiamo più leggeri? La risposta appare banale, ma è questo ciò che sta succedendo con la scuola: pur di mantenere i vecchi metodi (il vestirsi pesante) nonostante il contesto sia cambiato (la temperatura), trova soluzioni altamente complesse che non sono comunque come l’originale e che anzi danneggiano le altre persone (i sistemi di congelamento). Da quali soluzioni semplici partire allora? Considerando che: non si potrà mai avere il pieno controllo sullo studente, la gente se ne ha la possibilità imbroglia, e non tutti hanno una connessione stabile o abbastanza potente per questi sistemi di monitoraggio… che si lascino copiare gli studenti.

Avete capito bene, non c’è dato di volta il cervello: che si lascino copiare gli studenti. La temperatura è cambiata, c’è poco da fare: il metodo fra i banchi non funziona fra le mura di casa e il controllo che cercano le scuole è una semplice illusione, che più la si rincorre e più danneggia studenti e insegnanti. Perché allora non fare esami più difficili? Tieni, usa pure il libro o internet come supporto, ma ti serviranno a poco se tanto non hai diluito lo studio nelle settimane prima e/o non hai frequentato quel minimo. Oppure presentami un progetto, magari realizzato in gruppo, che richiede tempo e impegno per essere fatto. O ancora si opti per orali che siano un dialogo, ma usando piattaforme etiche e non ditte pubblicitarie più simili a nazioni digitali che giocano a Risiko dentro le istituzioni pubbliche. E certo, anche in questo caso sarà pur sempre possibile imbrogliare chiamando l’amico/a che ne sa di più per farsi suggerire negli esami scritti, ma almeno per una persona cretina – perché se pensa che l’università sia una gara a chi finisce prima e non un luogo dove apprendere, confrontarsi e conoscersi è una persona cretina – non ci andranno di mezzo tutti gli altri (e auguri comunque con gli orali e i progetti). Niente sistemi informatici complessi che portano ulteriori problemi, niente requisiti di connessione che escludono economicamente e/o geograficamente (1,5 Mb/s in upload sono un sogno per chi abita lontano dalla città), bensì un approccio consapevole al problema, che dica “Ok, non è come prima.”

Questo periodo incerto potrebbe essere un’occasione per rimanere umani seppur dietro uno schermo e i limiti che impone, e non un modo per terrorizzare gente con metodi che sembrano usciti da 1984. E questo, programmi di monitoraggio a parte, vale anche per quegli e quelle insegnanti di medie e superiori che per tener al guinzaglio gli studenti, in questi mesi non hanno saputo far altro che dar loro molti più compiti di quando erano tra i banchi; come se fossero cretini incapaci di fare altro e senza tener conto del fardello psicologico che chi più chi meno si è portato dietro durante la quarantena. Nulla a che vedere con i loro colleghi e colleghe, invece, che hanno instaurato un dialogo con i loro pupilli, che si sono dimostrati per l’appunto umani e hanno saputo insegnare senza trattare nessuno come bestie da soma trasportanti nozioni. O come la preside dell’Istituto Comprensivo Bianco-Pascoli di Fasano che ha interrotto la didattica a distanza con Google Suite non perché aveva dubbi sul rispetto della privacy dei suoi alunni, ma poiché aveva letto la lettera del Garante della Privacy e – ben conoscendo la normativa – sapeva che era lei a rispondere civilmente e penalmente, non il fornitore del servizio. Per aver tutelato i suoi alunni si è, paradossalmente, dovuta subire l’ira di genitori avvocati con l’accusa di interruzione di pubblico servizio.

Poi, in tutta franchezza, si parla tanto di digitalizzazione, ma ci teniamo a ricordare cos’è successo con l’INPS qualche mese fa: l’Italia non è pronta a passi del genere, l’Italia non sa neanche dove mettere le mani. È un po’ come quei nonni che vogliono stare così al passo coi tempi che iniziano a parlare e vestirsi come i 15enni: si sporca un po’ la bocca di parole nuove che in verità già esistono nella sua lingua per sembrare più alla moda – new normal, high-tech, fake news, infotainment, self-awareness – e alla fine il risultato è questo:

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Seriamente parlando a studentesse e studenti, insegnanti e genitori: la privacy vostra e di chi vi sta intorno non vale 30€ di un esame universitario, né la vostra carriera sparirà nel nulla per saltare un semestre. Ricordatevi che “una volta su internet, sempre su internet” e che un abuso non ne giustifica un successivo; vi invitiamo perlomeno a riflettere su tutto ciò.
Perché se volete regalare dati a Facebook va bene, è una vostra scelta (anche se non vi consigliamo di farlo e vi indirizziamo anzi alla nostra guida sulla privacy online); ma quando un’istituzione pubblica vi obbliga a mercificare la vostra esperienza chiedendovi di scegliere tra diritto all’apprendimento e diritto alla privacy, allora lì non va più bene. E che anche incazzarsi è una scelta.

Immagine di copertina: Villemard, En l’an 2000 – À l’École


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