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Tecnologie autoritarie

2020: Odissea nello spaccio (di dati)

Di come la scuola italiana abbia dato il peggio di sé con la tecnologia, finendo con noncuranza nell’illegalità

Nove mesi fa, quando iniziò la pandemia e ci trovammo tutti reclusi in casa, Etica Digitale scrisse un articolo in collaborazione con LeAlternative parlando di strumenti etici per lavoro e scuola da remoto, consci del fatto che in questo periodo le persone si sarebbero trovate a passare gran parte della giornata davanti al computer. Al tempo erano già molte le università e le aziende che avevano adottato strumenti come Zoom, Microsoft Teams o Google Meet, tutti non rispettosi della privacy – Zoom in testa mentre veniva travolto da uno scandalo dopo l’altro.

A maggio, proprio all’apice di questi scandali, documentammo una segnalazione ricevuta riguardante il CISIA – l’organo che si occupa di gran parte dei test d’ingresso universitari – e di come stesse preparando i suoi test per l’appunto su Zoom, richiedendo velocità di connessione che non tutti possono permettersi o che, semplicemente, non possono fisicamente raggiungere a causa di infrastrutture vecchie e fatiscenti, se non spesso completamente mancanti. Ricordiamo infatti che l’obbligo di connessione, tanto meno in banda larga, non è ancora scritto nella nostra Costituzione.

Infine, a luglio, le segnalazioni si moltiplicarono, passando dall’Accademia di Brera sino a La Sapienza di Roma, dacché decidemmo di ritrarre in toto la situazione italiana. Anche allora, come agli inizi di marzo, studenti e insegnanti furono costretti a scegliere tra il diritto allo studio e quello alla privacy, dove paradossalmente l’unica preside che ascoltò il Garante e che si rifiutò di usare la suite Google fu linciata sia a livello mediatico che legalmente dai genitori degli alunni, come dall’assessore all’istruzione comunale. E proprio da quel luglio vogliamo riprendere la narrazione.

Qualche giorno prima dell’ultimo articolo, il professore Angelo Raffaele Meo inviò una lettera aperta alla Ministra dell’Istruzione Azzolina, richiedendo di adottare software liberi nella Pubblica Amministrazione al posto di quelli proprietari. Un software libero è un programma che, tra le sue proprietà, dice da cima a fondo come funziona perché l’accesso al suo codice è – per l’appunto – libero. Se raccoglie dati, lo sapremo. Se è scritto bene, lo sapremo. E via dicendo. Al contrario, programmi come Microsoft Teams celano il loro funzionamento e raccolgono un quantitativo immane di dati non necessari, che usano per tramutare in profitto. Un’ulteriore richiesta del professore fu quella di utilizzare formati standard per i documenti, ovvero che un documento debba poter essere aperto da più programmi senza ostacoli di alcuna natura: questo è fondamentale per garantire la libertà agli individui di scegliere il programma che preferiscono senza avere problemi di incompatibilità. Altra mancanza dei prodotti Microsoft, al fine di rendere i propri utenti dipendenti dai loro strumenti – in primis Windows.

La lettera, neanche a dirlo, è caduta nel vuoto: negli stessi giorni infatti la Ministra Azzolina aveva ultimato il passaggio di 30mila caselle della scuola a Microsoft Teams, vendendola come un’azione positiva perché “avrete una casella molto più capiente” con “la possibilità di utilizzare tutto il set di ulteriori applicazioni previste dalla Suite Office 365, in particolare per quanto riguarda la collaborazione tra uffici”. In altre parole, il ministero si stava complimentando di aver reso l’ecosistema scolastico ancora più dipendente da un monopolio informatico, noto per mercificare i comportamenti delle persone (in questo caso del personale scolastico).
Accurata l’osservazione di Wikimedia Italia, che fece notare come la Germania dall’anno scorso avesse rimosso la sopracitata Suite Office 365 di Microsoft dalla Pubblica Amministrazione optando per strumenti liberi, mentre noi, con un anno in ritardo affondavamo ulteriormente nella sua rete.

Sempre a luglio risale l’imposizione di strumenti Microsoft a Bolzano. Quello che all’apparenza può sembrare “solo” l’ennesimo declino dettato da un’arretratezza culturale e una visione aziendale della scuola è in verità molto peggio: per quindici anni infatti, Bolzano è stata città d’avanguardia del software libero grazie ai ragazzi del progetto FUSS (Free Upgrade for a digitally Sustainable School, Sistema Libero per una Scuola digitalmente Sostenibile). Il FUSS forniva agli studenti della provincia di Bolzano (e ad altri due licei italiani: uno a Jesolo e uno a Firenze) degli strumenti liberi e indipendenti da qualsivoglia azienda, ma dopo 15 anni l’assessore provinciale alla scuola e cultura italiana ha optato a ottobre 2019 per passare a Microsoft. A poco sono servite le proteste del consigliere Diego Nicolini, che fece notare come la città, oltre ad aver mantenuto la sua indipendenza, aveva risparmiato quasi €2.000.000 grazie al FUSS: “Questo investimento ha creato una ricchezza per la nostra Provincia che rimane al territorio e ai cittadini. Se questi soldi si fossero spesi acquistando delle licenze non avremmo prodotto valore per il nostro territorio”. Inutili anche le parole del Ministro dell’Innovazione Paola Pisano che lo ritenne un “esempio da seguire e non da terminare”. Passato qualche mese, e qualche altro tentativo del consigliere Nicolini che tirò in ballo anche la capacità del software libero di ridurre rifiuti tecnologici e di diminuire le diseguaglianze tra situazioni economiche differenti, lo schiaffo finale: ad aprile, a un mese dalla pandemia, nonché quando strumenti come quelli del FUSS erano più che mai richiesti, l’assessorato alla cultura di lingua italiana ne recise le gambe decidendo di chiudere definitivamente il progetto. Se non fosse stato per l’iniziativa Repubblica Digitale che ha tenuto in vita il FUSS facendolo entrare in Commissione Europea, a quest’ora il progetto non esisterebbe più.

In questi mesi, più docenti hanno manifestato il proprio dissenso verso la posizione della scuola, a partire dalla professoressa di filosofia dell’Università di Pisa Maria Chiara Pievatolo sino al docente di matematica Walter Vannini, più conosciuto per il suo podcast DataKnightmare. Prima di comprendere le loro critiche però, bisogna chiudere in un ultimo atto il mese di luglio: la sentenza Schrems II.

Schrems II

Con la sentenza Schrems II del 16 luglio 2020, la Corte di Giustizia Europea dichiara l’illiceità dei trasferimenti di dati negli Stati Uniti. In poche parole, la sentenza dice che si possono trasferire dati in paesi fuori dall’Unione solo e soltanto se quei paesi garantiscono una protezione dei dati equivalente alla nostra (il GDPR). Questo esclude gli Stati Uniti, in quanto alcune loro leggi permettono alle agenzie governative di accedere ai dati senza un mandato del giudice, rendendo la sorveglianza di massa una realtà. Come conseguenza, tutte le soluzioni giuridiche per trasferire dati negli USA sono, ad oggi, illegittime in assenza di misure di garanzia ulteriori. Tra le altre, è stato invalidato  il Privacy Shield, ovvero l’accordo che escludeva gli Stati Uniti dal normale trattamento dei dati e che permetteva all’azienda statunitense di Tizio di importare dati senza porsi particolari problemi. Per quanto riguarda le misure di garanzie ulteriori, sono possibili, ma ad oggi è molto complesso, dal punto di vista giuridico, individuare in modo preciso quali siano e, dal punto di vista tecnico, implementarle. Quindi, è bene diffidare di tutti i trasferimenti di dati verso gli USA.

Cosa cambia quindi per la scuola italiana? Cambia che – in forza del GDPR – le scuole devono essere in grado di dimostrare la sicurezza dei dati degli studenti e molte big tech (Google in primis, ma anche Microsoft) hanno sede legale e processano dati negli USA, dove è molto difficile, se non impossibile, assicurare un livello di sicurezza equivalente a quello europeo. Nonostante queste aziende abbiano delle sedi anche in paesi come l’Irlanda e i dati vengano inviati in queste ultime, è responsabilità della scuola assicurarsi che queste sedi non li rigirino poi in America. Operazioni simili, per intenderci, non vengono fatte neanche dalle grandi aziende; pensare che una scuola possa farle è oltre i limiti dell’assurdo. Detto in parole povere, le scuole che utilizzano questi strumenti stanno infrangendo la legge. Ovvero, pressoché tutta Italia.

Ad agosto la docente Pievatolo sottolineò come, ad un mese dalla sentenza, il Ministero dell’Istruzione continuasse a suggerire Microsoft e Google come strumenti per la didattica, senza il benché minimo accenno a piattaforme libere (come BigBlueButton). Ad oggi, quattro mesi dalla sua denuncia, la situazione è rimasta invariata.

È di ottobre invece la lettera aperta di Vannini indirizzata ai presidi, che ribadisce ancora una volta come non sia legale utilizzare certi strumenti e che far premere a qualche genitore “Acconsento” non li esuli in automatico da ogni responsabilità (né renda lo strumento legale come per magia). Vannini fa anche di più: in quanto esponente certificato del GDPR, aggiunge un file che qualsiasi genitore può compilare e inviare ai presidi. In sintesi, il file obbliga la scuola a chiarire il perché vengano utilizzate piattaforme USA non in linea con le leggi europee, pena un risarcimento in caso di mancata risposta. Di queste risposte ne abbiamo ottenute un paio (per motivi di privacy ed eventuali ritorsioni sugli alunni, abbiamo omesso i nomi).

La prima è di una scuola superiore di Padova dove il preside, oltre che a prendersi gioco dell’alunno in questione per aver dimenticato di compilare un punto, è convinto che la sede in Irlanda di Google li renda immuni al GDPR. La seconda è dell’Università di Milano, dove pensano la stessa cosa ma per quanto riguarda Zoom e Microsoft. Quest’ultimi aggiungono inoltre che “vista la natura dei dati che transita nelle piattaforme DAD, il rischio per i diritti e le libertà degli interessati è veramente basso per non dire inesistente” e che il Ministero non abbia dato linee precise perché “il tema è più che altro politico”.

A rincarare la dose ci pensa poi il Ministero dell’Istruzione che, a dicembre, ha inviato una circolare a tutte le scuole superiori italiane. La circolare ricorda come le assemblee di istituto siano un diritto e uno strumento fondamentale per il confronto tra i ragazzi, e che per garantirle in un periodo fragile come questo, provvederà a fornire licenze Microsoft Teams dove poterle svolgere.

Si potrebbe affermare a questo punto che del diritto alla privacy alle scuole e istituzioni associate non importi assolutamente nulla. Eppure, una ragazza di 13 anni è stata sospesa proprio per aver leso la privacy dei suoi compagni. Succede alla scuola media Nievo di Torino, dove Eva – questo il nome della ragazza – aveva deciso di protestare contro la DaD seguendo le lezioni davanti all’entrata della scuola. Supponendo che il motivo sia stato la possibilità che i passanti potessero vedere i suoi compagni tramite il tablet, esponendoli a occhi indiscreti, la scuola dimentica un dettaglio importante: che sta usando Google.

Infine, dato che gli scandali di Zoom non si sono placati, di recente è stato trovato uno scambio di documenti tra dirigenti cinesi e americani dell’azienda, dove i primi chiedevano ai secondi di censurare le manifestazioni del 4 giugno in Piazza Tian An Men 1989, pena la rimozione del servizio dalla Cina. Al quale i secondi non si sono opposti. È paradossale come un’azienda che mette i suoi scrupoli economici davanti ai diritti degli esseri umani sia la stessa utilizzata da un istituto di Padova per parlare proprio di diritti umani. E sempre a Padova, c’è chi, non accontentandosi del solo uso di Zoom, decide anche di pubblicare le proclamazioni di laurea su YouTube: succede al dipartimento di matematica Tullio Levi-Civita, che carica il video (guardalo proteggendo la tua privacy) e fa dirette su un’altra piattaforma non a norma di legge, incurante di condannare i laureandi a rimanere per sempre impressi sulla rete, con nome e cognome in chiaro.

Incontro per i diritti umani in un istituto di Padova, organizzato su Zoom. L’azienda ha dimostrato di lasciar correre certi argomenti in Cina pur di far soldi
Conclusione

Siamo davanti ad una scuola che, incurante di un diritto, forza le persone a prostituirsi per l’azienda col nome più scintillante in nome di un po’ di spazio in più nelle caselle mail – alle quali l’azienda può avere accesso. Una scuola che non solo permane nell’immobilismo più stantio da decenni, bensì che si occupa anche di tranciare accuratamente quelle gemme che da anni si impegnavano a farla fiorire. Scuola che, nonostante sia scritto nero su bianco che certe cose non si possono fare, se ne scrolla le spalle e, avvolgendosi in una spirale di parole, confida nella speranza che nessuno le capisca davvero, o che a nessuno importi. Un Ministero che per garantire un diritto, ne sacrifica un altro. E poco importa se non può farlo. Una scuola che sospende un’alunna per aver protestato pacificamente contro un sistema che la tiene lontana dai suoi compagni, ma che al tempo stesso acclama Greta per le proteste sul clima. Un paese di vecchi fatto per vecchi, al quale dell’istruzione non importa assolutamente nulla, benché meno della privacy, perlomeno non se queste non garantiscano qualche voto e titolo in più. Le fughe di cervelli, i tagli, il disinteresse generale: tutto questo provoca rabbia, certo, ma è paura quella che dovrebbe generare. Un paese senza cultura è un paese senza passato e di conseguenza senza identità. E quando queste cose miste all’istruzione vengono meno, gli spettri della storia tornano a regnare. Finché le politiche sull’istruzione saranno dettate da semplice utilitarismo perché “l’azienda X è più comoda” e faranno finta che le alternative non esistano – soprattutto senza degnarle di mezzo fondo o, come il portale del Ministero, senza nominarle affatto – la situazione non potrà che peggiorare. Certo, di tanto in tanto cambierà il paese per il quale battere, poco importa poi se non tiene in considerazione i diritti umani, ma il succo sarà sempre lo stesso.

Le persone al potere stanno giocando sulla pelle di chi rappresenta il loro stesso futuro, pensando che sporcarsi la bocca con paroloni come “rivoluzione digitale” possa cambiare magicamente le cose. Ne è un esempio la Senatrice Mantovani che di recente, ospite alla conferenza annuale di LibreItalia, ha sciorinato termini tecnici per autocomplimentarsi dell’app IO e dell’aumento di identità sociali. Quello che però ha omesso è che l’app IO è stata rilasciata senza essere in linea col GDPR (ironico, considerando che all’uscita di Immuni erano tutti paranoici nonostante rispettasse davvero la privacy, ma se si parla di un bonus da 150€ per pagare col bancomat e l’app invia dati fuori dall’Europa va tutto bene) e che le identità cartacee stanno scadendo e venendo sostituite obbligatoriamente da più di cinque anni da quelle elettroniche (i cui provider hanno protocolli non più sicuri in quanto vecchi o completamente assenti). Il tutto poi senza rispondere alle domande del pubblico, perché di fretta. Per quanto queste figure istituzionali – siano esse ministri o presidi – facciano finta di niente, la verità è che ci sarà da piangere quando il Garante inizierà ad obbligare le scuole a passare a strumenti idonei. Perché in quasi un anno nessuno si è davvero mosso per potenziare le infrastrutture, educare al digitale o prendersi quei 5 minuti per spiegare cosa sia il software libero e perché sia fondamentale per i diritti delle persone. Nessuno ha parlato di alternative come il FUSS o la più recente iorestoacasa.work che, grazie alla collaborazione di più associazioni in Italia, ha messo in piedi server ad accesso gratuito che utilizzano per l’appunto software libero.

La situazione è allarmante e sembra che ogni giorno ci si impegni per renderla peggiore. L’apprendimento, che nella sua vera natura dovrebbe essere disinteressato, è invece in mano a compagnie che mirano esclusivamente al profitto. Chi si ribella viene sbeffeggiato, ignorato o punito, e gli incontri per mettere in discussione un tal sistema sono ridotti a una nicchia ignorata che riesce comunque a diventare palco di autopacche sulla spalla del politico di turno, senza il benché minimo confronto.
È ora che lo Stato e chi per esso si prenda le proprie responsabilità, senza far firmare circolari inutili ai genitori per farli acconsentire sul nulla. È ora che lo Stato, così affezionato al risparmio della spesa pubblica, realizzi che questi strumenti liberi fanno vincere entrambi: le proprie tasche, e la sfera privata di chi apprende. È ora che studenti ed insegnanti si organizzino insieme per far valere i propri diritti, che capiscano di non essere soli, che associazioni come Privacy Network esistono e che già da tempo affrontano queste battaglie tramite le loro conoscenze legali. È ora di capire che c’è una differenza tra lo scegliere di usare Instagram nel proprio privato, ed essere obbligati a usare Teams nell’ambito pubblico. È ora, insomma, di rifiutarsi di essere merce che rappresenta l’ultima ruota del carro, e di ricordarsi di essere persone. È ora, ora, di dire basta.

L’articolo è stato aggiornato in data 18/01/21, aggiungendo le scuole fuori Bolzano di cui si occupa il FUSS, correggendo chi ha interrotto il loro operato (l’assessore, non il sindaco), e illustrando meglio nel secondo paragrafo di Schrems II perché le scuole non stanno rispettando il GDPR


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