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🗞 I maggiori quotidiani italiani sono la cassa di risonanza di chi spinge per l’IA

Uno studio targato Hermes Center ha analizzato gli articoli scritti da Il Corriere della Sera, Il Sole 24 Ore, La Repubblica e Il Giornale a tema IA. L’analisi ha riguardato il periodo maggio-luglio 2024, ovvero quando l’Unione Europea era prossima a emanare la prima norma al mondo per regolare l’IA: l’AI Act.

Partendo da questa norma, il dibattito è stato pressoché nullo; e quando se n’è parlato, è stata dipinta perlopiù come ostacolo per l’innovazione europea.

Dall’analisi emerge che i giornali danno sempre voce a chi ha grandi interessi nell’IA – o se proprio a quel mondo accademico che si allinea con la loro prospettiva – ignorando invece chi subisce gli effetti di certe politiche. Le voci critiche dal basso sono completamente assenti, dando invece ampio spazio a colossi statunitensi, imprenditoria, e addirittura a gente nota senza conoscenze (come Vasco Rossi) piuttosto che interrogare chi del mestiere.

A parte su Repubblica, unico quotidiano che vede l’IA come campo di decisione politica, i temi socioculturali (quando presenti) sono trattati di sfuggita, quasi a essere un intoppo nell’ingranaggio capitalista. In generale, i presunti benefici sono sempre dipinti come concreti con applicazioni reali, mentre i rischi esistono solamente in una prospettiva filosofico-esistenziale, astratta, ignorando completamente i casi attestati. L’unica eccezione davvero trattata è il diritto d’autore, argomento che impatta sulla professione giornalistica.

Per esempio, su un totale di circa 600 articoli, il 97% non parla dell’impatto climatico dell’IA; il 75% non ne menziona l’impatto sul lavoro; il 97,2% non ne tratta l’utilizzo per le guerre; quando si discute di sicurezza, problemi concreti come la profilazione di massa non vengono citati.

Infine, quando la narrazione non è tecnottimista, si passa direttamente alla distopia. Questo binomio utopia-distopia (entrambe posizioni non sostenute dai fatti) finisce con l’inquinare il dibattito pubblico, per il quale il giornalismo dovrebbe invece svolgere il ruolo di facilitatore.

https://hermescenter.org/iniziative/la-rappresentazione-mediatica-dellia-in-italia-il-nostro-ultimo-report/

👩‍💻 Google Maps sta riscrivendo la geografia del cibo

Lauren Leek è un’esperta dei dati che si è posta una domanda all’apparenza banale: dove si mangia bene a Londra?
Per rispondere, ha scaricato i dati di oltre 13.000 locali e ci ha costruito sopra un modello per vedere se ci fossero differenze con il sistema di valutazione di Google.

Come ammette Google stessa, il sistema dell’azienda si basa su tre metriche: attinenza con la ricerca, distanza e “prominenza” – ovvero quanto spesso un’attività viene recensita, quante recensioni ha, punteggio medio, visibilità su Internet e diffusione del marchio. Quest’ultimo parametro alimenta un circolo vizioso: chi ha già visibilità raccoglie più clic, i clic portano più clientela, la clientela lascia più recensioni, le recensioni aumentano la visibilità e quest’ultima attira nuovi clic. Le catene sono avvantaggiate, le nuove realtà indipendenti penalizzate.

Per eliminare questo effetto, Leek ha costruito un modello che si basasse sulle caratteristiche strutturali di un’attività, ovvero: tipo di cucina, zona e prezzo. Con questi dati ha messo in piedi una mappa interattiva, consultabile pubblicamente qui, e ha messo a confronto le differenze.

Ciò che emerge è che a essere penalizzata di più è la diversità gastronomica (le cucine etniche, che siano italiane o indiane) lontane dal centro di Londra. Si parla di quartieri con affitti più bassi, dove le famiglie migranti sono presenti da abbastanza a lungo perché una seconda generazione avviasse un locale.

Capitalizzando l’attenzione sui luoghi più turistici e le catene, l’algoritmo di Google impatta sulla sopravvivenza delle attività; le quali non dipendono più tanto dal rapporto qualità-prezzo, quanto da un’allocazione di attenzione decisa a monte da un sistema opaco (l’algoritmo di Google Maps non è pubblico, si conoscono solo le metriche che usa) e automatizzato.

https://laurenleek.substack.com/p/how-google-maps-quietly-allocates

🌑 Il cofondatore di Mullvad è il maggior finanziatore della remigrazione svedese

Mullvad, una delle maggiori e consigliate VPN, si è di recente ritrovata sotto i riflettori quando è emerso che il cofondatore Daniel Berntsson ha fatto una donazione privata a Örebropartiet (lett. Partito di Örebro, città e contea della Svezia), partito nazionalpopulista con visioni di estrema destra sull’immigrazione.

La donazione di Berntsson, 5 milioni di corone (ca. €450.000), ammonta al 72% delle entrate totali che il Partito di Örebro ha incassato nel 2025. Seppur la donazione resti privata, la critica sollevata è che pagare per un abbonamento a Mullvad equivale comunque a finanziare indirettamente tale partito e le misure xenofobe che vorrebbe mettere in atto – in quanto i soldi che finiscono a Berntsson per le VPN finiscono di riflesso (anche) all’Örebro.

https://korben.info/en/mullvad-cofounder-funding-far-right.html

🇨🇳 Dopo aver spinto per storie scritte con l’IA, i siti di romanzi digitali stanno facendo dietrofront

Nel 2023, siti di scrittura creativa in mano a colossi digitali come Tencent e Baidu spinsero strumenti per scrivere storie con l’IA. “È come guidare un’auto con la guida assistita”. Con il passare degli anni questi strumenti sono diventati più potenti: un esempio è InkOS, un sistema composto da diversi agenti artificiali è in grado di progettare, scrivere e revisionare una storia da zero – con qualche intervento umano qua e là per sistemare. In quattro mesi è stato scaricato più di 50.000 volte.

Negli anni, però, alcuni lettori e lettrici hanno iniziato a manifestare il proprio dissenso: “È una perdita del mio tempo leggere qualcosa che è prodotto così velocemente”. Anche chi le storie le scrive ha sollevato delle critiche, per problemi di diritto d’autore e di plagio da parte dell’IA di questi siti (a meno che non dichiarassero esplicitamente di non voler finire nella base dati dell’IA).

Queste problematiche hanno spinto le aziende a prendere dei provvedimenti: Jinjiang, sito a pagamento, da un anno permette l’uso di IA solo per documentarsi sulla storia e fare revisione. Tomato Novel, gratuito, ha invece messo un limite sul numero di parole pubblicabili ogni giorno. Solo a giugno ha rigettato 104.000 richieste di pubblicazione.

Resta tuttavia difficile decretare quando un testo è scritto da IA e quando no, rendendo queste pratiche meno banali di quel che sembrano.

https://restofworld.org/2026/china-ai-web-novels/

🔓 Col nuovo ReCAPTCHA, Google sbarrerà l’accesso a gran parte della rete ai dispositivi Android che non usano i suoi servizi

I CAPTCHA sono sistemi risalenti alla fine degli Anni ’90 per filtrare i bot dagli esseri umani sui siti (es. le scritte distorte da riscrivere correttamente in un riquadro). Con l’arrivo dell’IA e quindi di bot più sofisticati, questi sistemi hanno tuttavia richiesto aggiornamenti per stare al passo coi tempi.

A fine aprile Google ha annunciato il suo nuovo ReCAPTCHA (un CAPTCHA, appunto), con però un problema: che tutti i dispositivi Android che si rifuteranno di utilizzare i servizi Google non potranno più superarne uno. Si sta parlando di uno strumento a guardia di milioni di siti, tagliando fuori la persona da una fetta importante della rete.

È rilevante notare come questo non vale per Apple: rimuovendo i servizi Google dai dispositivi della mela, il ReCAPTCHA continuerà a funzionare. Tale asimmetria suggerisce che la motivazione non sia la millantata sicurezza (facendo passare il messagio distorto che i dispositivi senza Google siano insicuri, punendo chi sceglie di tutelare la propria privacy), quanto imprigionare l’utenza nella gabbia dorata dell’azienda: niente servizi Google, niente (o quasi) Internet.

https://reclaimthenet.org/google-broke-recaptcha-for-de-googled-android-users