Ultime dal digitale

Chi guarda i cinesi? Il Partito

Questo articolo è il primo di una serie di 2. In questa occasione si vuole dare un quadro generale dell’utilizzo della tecnologia in Cina, trattando poi di due casi specifici – quelli della minoranza musulmana degli uiguri e del Tibet – nel secondo.

La tecnologia è uno strumento, né giusta né sbagliata. Come con un coltello possiamo decidere se affettare del pane o accoltellare qualcuno, con la tecnologia possiamo decidere se creare strumenti che aiutino le persone o strumenti che facciano loro del male. In questo caso, a ripresa di un precedente articolo sulla quasi necessità di sentirsi rassicurati dalle telecamere, parleremo di come l’accentramento di potere (un regime totalitario) misto a milioni di telecamere e un notevole progresso tecnologico abbiano tramutato il barlume di libertà già fioco di un’intera nazione, la Cina, in un lontano ricordo. Attenzione: non si sta insinuando che prima dell’avvento delle telecamere la Cina fosse un paese libero e democratico, basti guardare al 1978 per le politiche del figlio unico che portò le donne alla sterilizzazione forzata e allo sterminio delle figlie femmine (con conseguente tratta di “spose schiave” dai paesi del sud-est asiatico). Né si vuole insinuare che il resto del mondo sia rosa e fiori. Quello che si vuole affermare è, invece, come certi strumenti (telecamere, telefoni, internet) stiano venendo usati per aggravare la situazione, in una mania del controllo al quale lo stato cinese non vuole venire meno. E che no, la situazione negli Stati Uniti non è comparabile a quella cinese.

Telecamere

La nostra storia inizia nel 2005 con il progetto Skynet. Skynet aveva l’obiettivo di riempire di telecamere tutte le aree urbane e industriali entro il 2020. La copertura della capitale Pechino fu per esempio ultimata nel 2015, per un totale nel 2017 di 176 milioni di telecamere sparse nella nazione, ovvero una ogni 8 persone. CCTV, un’emittente cinese, faceva notare all’epoca come 20 milioni di quei 176 fossero in grado di riconoscere veicoli e distinguere l’età, il sesso e l’abbigliamento dei passanti in tempo reale, tramite un’intelligenza artificiale. Queste funzioni venivano impiegate – e tuttora vengono impiegate – per esempio per multare chi non attraversa sulle strisce, senza risparmiare loro un’umiliazione pubblica sui grandi schermi della città per accentuare il senso di vergogna. Intelligenze artificiali, chiariamo, non proprio ottimizzate, in quanto non sono mancati casi dove persone ritratte nelle pubblicità sulle fiancate dei bus siano state scambiate per pedoni.

Nel frattempo gli anni passano e la tecnologia avanza, dacché a settembre 2019 viene annunciata in Cina una telecamera da 500 megapixel in grado con un singolo scatto di applicare il riconoscimento facciale a decine di migliaia di persone in uno stadio. Per identificare le persone, sia in questo caso che in quello dei pedoni, è necessario dall’altra parte qualcosa con cui fare il confronto (come sappiamo che ad attraversare è stato Tizio piuttosto che Caio?). Ovvero, per fare quello che fanno, queste telecamere devono essere connesse a un database contenente i volti di tutti i cittadini. Ad agevolare inoltre il controllo, misure che richiedono o eseguono il riconoscimento facciale stanno prendendo sempre più piede, come all’entrata del parco naturale di Hangzhou, o quando si vuole un nuovo piano di telefonia mobile.

Tornando a Skynet, nel 2018 si decise di convergerlo nel progetto Sharp Eyes. Quest’ultimo, nato nel 2011, si rifà al detto maoista “people have sharp eyes” (la gente ha una buona vista), incoraggiando gli abitanti delle campagne a sorvegliare i propri concittadini per ridurre le spese sulla sicurezza. Se prima Sharp Eyes era spionaggio vecchio stile, con l’ibridazione di Skynet è diventato digitale: ora le persone possono infatti connettersi alle telecamere dei loro paesini dalle loro TV e dai loro telefoni, per contribuire a un miglior monitoraggio e segnalare i sospetti. Di particolare rilevanza è ciò che succede nella città di Linyi, nella provincia dello Shandong, dove ogni giorno a mezzogiorno degli altoparlanti trasmettono un messaggio per spronare gli abitanti a partecipare nella denuncia dei crimini. Per raffozare l’idea, sono stati stampati 40 milioni di volantini anticrimine, 25.000 poster e diverse pubblicità sparse tra mezzi pubblici e grandi schermi. Solo a Linyi nel 2018 si contavano 360.000 telecamere, per un totale di quasi 3 milioni nella provincia dello Shandong.

Il quadro dunque è quello di una propaganda volta a esasperare il concetto di “sicurezza” e di “giustizia”, dove monitorare è preventivo e dove lo stato è quasi una figura paterna che salva dal male; come ha dichiarato infatti Wang Yujun, segretario municipale del Partito Comunista di Linyi: “Per rimuovere il male una chiave esiste: affidarsi totalmente al governo”. Narrazioni come queste rendono purtroppo inevitabili paragoni con mondi distopici come 1984 di George Orwell, che funzionava in modo molto simile: schermi per monitorare i cittadini (se la TV è connessa alla telecamera alla quale lo stato ha accesso, è probabile che abbia accesso anche alla TV), cittadini che monitorano altri cittadini, poster e pubblicità che ricordano di rigare dritto e in ultimo la paura di essere osservati e giudicati per tutto ciò che si fa. Ma spingiamoci oltre, su un mezzo che Orwell non aveva immaginato nel suo futuro distopico: quanta libertà c’è nella rete?

Internet

Era il 1994 quando internet arrivò in Cina… e il 1996 quando i primi tentativi di censura vennero applicati.
Due anni dopo, nel 1998, quando la soppressione del Partito Democratico Cinese fece parlare di sé, la censura internet come la conosciamo oggi prese vita sotto il nome di Progetto Golden Shield (scudo dorato). Sotto l’ingegnere Fang Binxing la Cina costruì svariati modi per controllare il traffico internet in entrata e in uscita, in quello che è stato poi definito Great Firewall (la Grande Muraglia Digitale, tuttora attiva), con il compito di decidere quali siti potevano passare e quali no. È per questo che siti come Twitter, Facebook, YouTube, ma anche siti di testate giornalistiche come il New York Times ed emittenti televisive come HBO (qui una lista dettagliata) non funzionano in Cina. Un caso a parte è invece Google che nel 2006 ha aderito a portare una versione autocensurata di sé, che non produceva risultati quali Piazza Tiananmen 1989. Il motto “Don’t be evil” della compagnia americana ha lasciato alquanto a desiderare in un tira e molla “censura ok-censura non ok” fino a dicembre 2018. O anche la Microsoft con Skype, che pur di espandersi sul mercato non si è fatta problemi a lavorare con una compagnia cinese per una versione a parte, che rispondesse alle leggi cinesi di raccolta dati e che applicasse censure quando necessario.

Il controllo del traffico non era comunque sufficiente: notando che internet era un ottimo mezzo per la libertà d’espressione e la crescita di idee differenti da quelle del Partito, nel 2004 la Cina si mobilitò con un esercito digitale di persone chiamate wu mao dang, il “gruppo da 50 centesimi”. Queste persone fanno due cose: segnalano chi non segue le leggi cinesi online, e sviano le discussioni rendendole “pro” Partito. Nel 2013 erano stimati a 2 milioni, e nel 2016 postavano circa 446 milioni di commenti l’anno. Si ricorda inoltre che dal 2013 la pena per creare post non in linea con l’ideologia governativa che ricevono più di 500 condivisioni o 5000 visualizzazioni, è fino a 3 anni di carcere. Con metodi di interrogazione alquanto brutali.

Da fine 2012, con l’arrivo dell’attuale presidente cinese Xi Jinping, la morsa su internet si è fatta più stretta. Prima di allora infatti, i cinesi erano ancora in grado di utilizzare la rete come mezzo di collaborazione: nel 2009 Deng Yujiao, una cameriera, rifiutò di avere un rapporto con un ufficiale del Partito, finendo per accoltellarlo e ucciderlo quando tentò di stuprarla. Quando si seppe in giro, la rete iniziò con lo slogan “Tutti potrebbero essere Deng Yujiao”, con tanto di attivisti coinvolti. E pare che furono proprio queste pressioni sull’opinione pubblica che evitarono il carcere a Yujiao. Ulteriore caso fu l’incidente ferroviario del 2011 a Wenzhou, che vide 40 morti e 172 feriti: dato che il governo aveva promosso l’alta velocità come qualcosa di glorioso per la nazione, i vari media iniziarono a non parlarne “così” male. Tuttavia gli utenti di Sina Weibo, il Twitter cinese, fecero circolare le foto dell’incidente sul social, diffondendo gli accadimenti nudi e crudi e lasciando poco spazio all’immaginazione.

Come si stava dicendo, da fine 2012 le cose sembrano essere peggiorate: oltre le sanzioni sopracitate che hanno spinto le persone a stare più attente a ciò che scrivono, nel 2015 un ulteriore tentativo di tagliare i ponti con ciò che non è la Cina è stato fatto tramite il blocco delle maggiori VPN (servizi internet usati, in questo caso, per scavalcare la muraglia digitale). E, dato che la gente usa ironicamente Winnie The Pooh per riferirsi a Xi Jinping, nel 2017 spazi come il loro motore di ricerca Baidu hanno aggiunto nella lista di termini banditi l’orsetto giallo (ricorda un po’ Erdoğan con Gollum). Sempre del 2015 è il famoso Sistema di Credito Sociale, una rete di punteggi che valuta le abitudini e i comportamenti dei cinesi. Questo sistema che prevede punizioni come non poter prendere i treni ad alta velocità e non poter andare all’estero, per vantaggi come avere più visibilità su app di incontri e sconti sulle bollette, dovrebbe servire a rendere le persone e le istituzioni più affidabili e aiutare a punire chi è sulla lista nera del governo. Queste liste, chiariamo, esistevano da prima dell’arrivo di internet tramite TV e giornali, ma non erano molto efficaci. Ora invece, gli identikit passano anche attraverso le pubblicità di TikTok (抖音, duoyin in cinese) ed essendo le persone facilmente rintracciabili grazie alla tecnologia, trovarle è un gioco da ragazzi. Si specifica che non stiamo parlando di terroristi, ma di persone che non si comportano come il governo vorrebbe (in quanto è il governo a scegliere cosa sia giusto e cosa no).

Ricapitolando: la Cina ha, nel corso degli anni, costruito un enorme compartimento stagno digitale, censurando tutto ciò che non fosse in linea con il Partito Comunista. Per aumentarne l’effetto ha indetto sanzioni come il carcere e lasciato che altre persone facessero il lavoro di ricerca per loro, sviando ulteriormente l’opinione pubblica con ingenti ondate di propaganda online e scoraggiando chiunque a scrivere cose contro il Partito. I comportamenti sulla rete sono poi monitorati da un sistema di credito sociale opaco con impatti sul mondo reale, con sempre più aziende che aderiscono, come l’app di messaggistica WeChat. In altre parole, esprimere la propria opinione online è proibitivo, e la realtà viene distorta da censure sempre più strette e assurde, come sensibilità dei leader danneggiate da Winnie The Pooh.
Si vuole concludere il tutto parlando di telefonia, l’ultima ipotetica frontiera per un dialogo libero.

Telefonia

Nel 2015 nella regione dell’Anhui si contava un database di 70 mila campioni vocali. Con metodi opachi riguardo l’ottenimento di tali campioni, utilizzati per migliorare la tecnologia di riconoscimento vocale del Progetto Golden Shield sopracitato, questi sono stati usati (e forse usati ancora) nelle normali chiamate nel tentativo di scovare dissidenti e criminali senza alcun preavviso. Questo è aggravato soprattutto nella regione autonoma dello Xinjiang dove, nel 2016, sono stati installati 14 nuovi modi per collezionare campioni vocali e facciali. Un report del 2017, al contrario, narra della raccolta dei campioni per motivi preventivi di antiterrorismo.

Per quanto riguarda i telefoni invece, l’app ufficiale del Partito Comunista è stata trovata a raccogliere dati e a inserire accessi remoti (backdoor) con permessi da amministratore sui cellulari di chi l’aveva installata, dando quindi la possibilità alle autorità di fare sul telefono infetto tutto quello che è possibile fare con un telefono. Si potrebbe pensare che nessuno sia obbligato a installare un’app simile, ma non è così: l’app, chiamata “Studia la Grande Nazione” e sviluppata dal colosso del commercio all’ingrosso Alibaba, è richiesta da alcuni datori di lavoro pena detrazione dello stipendio. E per chi vuole dedicarsi alla professione di giornalista, è obbligatorio superare un test sulla vita del presidente Xi – presente sull’app.
Sempre parlando di app, le autorità cinesi sono state trovate a installarne una chiamata BXAQ sui telefoni Android di qualsiasi turista varcasse il confine tra il Kyrgyzstan e la già menzionata regione dello Xinjiang: questa funzionava da scanner, inviando a un server i contenuti del cellulare ed eventuali “allarme rosso” per cose non tollerate dal Partito. Nessun avviso è mai stato comunicato, né prima né dopo l’installazione.

Il quadro dato è alquanto chiaro: il popolo cinese non ha la benché minima possibilità di fare, dire o scrivere quello che pensa se va contro l’ideologia del Partito (che è la definizione di totalitarismo). La loro vita è monitorata per le strade, per la rete; il telefono non è che un ulteriore orecchio governativo. Si è disincentivati dall’esprimersi con la minaccia del carcere, nella paranoia che qualcuno – spinto da paura, da ignoranza o da lavaggio del cervello tramite propaganda – possa inoltre segnalare comportamenti sospetti. Per non lasciare vie di scampo, le identità online sono sempre più collegate a quelle reali, e i database ampliati sempre di più con il pretesto del terrorismo. Non c’è, infine, possibilità di sentire un’altra bandiera, perché lo Stato si guarda bene dal lasciare spiragli per qualsiasi cosa  che non rientra nella sua visione. In un quadro del genere, se niente cambia, le future generazioni nasceranno, vivranno e moriranno dentro un enorme filtro. Anzi, questo già succede con i più giovani, che non sanno cosa sia successo nel 1989 in Piazza Tiananmen.

A proposito di cose che non rientrano nella visione statale, la seconda parte indagherà proprio ciò: di variabili fastidiose e di come siano state soggiogate dallo stesso abuso tecnologico. Del Tibet e dello Xinjiang. Vai alla seconda parte


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Festival della Tecnologia 2019 – Gli occhi della città e la ricerca dell’imprevedibile

Torino. “Grande evento”, recita l’opuscolo. Uno dei più richiesti, tant’è che la sala è gremita e alcune persone vengono fatte accomodare fuori per non ostruire il passaggio e le vie di sicurezza. L’incontro – “Gli occhi della città” di sabato 9 novembre –  riguarda l’accoppiata uomo-tecnologia nelle città attuali e del futuro, coinvolgendo personaggi da tutto il globo: il docente francese di storia e architettura del XX/XXI secolo Antoine Picon, l’architetto italiano Carlo Ratti con cattedra al MIT di Boston, e il professore cinese di architettura Li Zhang.

Dopo una breve introduzione sulla “città intelligente” (smart city) e un accenno a come possa avere derive distopiche – sistema di credito sociale cinese – il pubblico si accinge ad ascoltare la parola degli esperti. Purtroppo però, non è andata come speravamo, tanto che a metà intervento causa disinformazione del professore Picon si è deciso di uscire dall’aula.

La prima incorrettezza, nonché fulcro del suo discorso, la si sente quando il docente francese parla di prevedibilità: egli afferma che, grazie al digitale, il mondo è diventato più prevedibile. Ed è vero, abbiamo d’altronde un mezzo per catalogare qualsiasi cosa, persino le interazioni umane (come i social network). Tuttavia, il professore sostiene anche che in questa prevedibilità si generi paradossalmente l’imprevedibile. Usando come esempio l’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti.

Si trova un po’ triste che Picon sembri non aver mai sentito parlare di Cambridge Analytica, quando c’è tanto di documentario su Netflix (The Great Hack). Un breve riassunto: un’agenzia che analizza dati crea un sondaggio stile “scopri che persona sei” che richiede l’accesso con Facebook, appropriandosi dei dati di 87 milioni di persone. Con delle banali domande identificano le opinioni della persona e, puntando sugli elettori americani indecisi, utilizzano una campagna pubblicitaria mirata (ovvero ognuno vede contenuti diversi, più attinenti ai propri gusti) per trascinarli a votare Trump. Il tutto, senza che chi ha fatto il sondaggio (né i suoi amici Facebook, coinvolti in automatico anche senza fare il sondaggio) fosse stato a conoscenza di niente. In più, sempre tramite pubblicità mirata, le big tech avevano un ufficio nel quartiere generale di Trump a San Antonio (Texas), cosa che invece la Clinton aveva rifiutato; ciò lo aiutò terribilmente a colmare il divario di voti. Infine, un gruppo di hacker russi – probabilmente governativi, del servizio militare segreto russo GRU – ha affossato la controparte democratica (Clinton e Sanders), bucando il Comitato della Campagna Elettorale al Congresso dei Democratici (DCCC); e un altro gruppo – anche questo probabilmente russo, i Fancy Bear – ha invece bucato il Comitato Nazionale Democratico USA (DNC) consegnando miriadi di mail a WikiLeaks. Si potrebbe obiettare che ci siano stati tentativi da parte di YouTube e Google di portare il voto verso i democratici tramite demonetizzazione di video scomodi e censura nella barra di ricerca, ma rimaniamo comunque 4 a 1. Si potrebbe anche obiettare che l’imprevedibilità a cui si riferiva fosse quella senza il “senno di poi”, ovvero che sul momento quasi nessuno avrebbe potuto determinarne gli esiti, ma la seguente frase da lui pronunciata smentisce ciò: “We can use digital to increase serendipity”, ovvero “Possiamo usare il digitale per incrementare la meraviglia della scoperta inaspettata (serendipità)”. Tra l’altro, il discorso non cambia: qualcuno aveva fatto in modo di portare più acqua possibile al proprio mulino tramite manipolazione di massa; non è un risultato del caso, bensì di campagne marketing ben studiate e sfruttamento inconscio della popolazione. La serendipità è tutt’altro.

Parlando di scoperte inaspettate, prendiamo gli algoritmi di YouTube che consigliano la stessa manciata di video un po’ a tutti, o che appena si apre il video di un determinato contenuto non farà altro che proporre contenuti simili fino allo sfinimento: cosa c’è esattamente di inaspettato? Il video proposto strategicamente da un algoritmo per monetizzare la nostra attenzione? Ma quello che può essere inaspettato per l’utente è in verità pianificato a monte. Non è inaspettato, è studiato per sembrare tale. È omologazione.

Dato che si è citato il sistema di credito sociale cinese, ci si chiede per esempio quanta imprevedibilità ci sia quando si osservano le persone 24 ore su 24 per assegnargli dei punti con un algoritmo. Potremmo chiederlo agli abitanti di Hong Kong che tirano giù le telecamere nel loro protestare, o a questo gruppo di anarchici che armati di rampino e bomboletta spaccavano le telecamere nella notte per le strade di Berlino (i modi di quest’ultimi sono contestabili). Per logica, più qualcuno/qualcosa è tenuto sott’occhio, e più sarà prevedibile capirne il comportamento futuro come un topo in gabbia. Specialmente se si può manipolare il suo comportamento senza che se ne accorga (come con Cambridge Analytica). Questa tesi non sta in piedi ed è dannoso raccontare queste cose a un pubblico che si fida di ciò che dici perché ne sai più di loro.

Andando poi avanti, il professore sembra mancare anche di conoscenze psicologiche, ma non si fa problemi a fare affermazioni. Parlando di Amazon, dice infatti che questo colosso tecnologico ci ha abituato alla gratificazione istantanea. Che se vogliamo una cosa, ci basta un click e il giorno dopo è magicamente da noi: assolutamente vero. Aggiunge però che la gratificazione istantanea non è necessariamente positiva.

Negli anni Sessanta venne fatto fare a dei bambini un esperimento chiamato “l’esperimento del marshmallow”, che a distanza di anni dimostrò come chi riuscì ad aspettare per un premio più grande (in questo caso 2 marshmallow al posto di 1 se aspettavano 15 minuti senza mangiare il primo) avesse acquisito una migliore risposta allo stress, minor possibilità di obesità e di abuso di sostanze, migliori abilità sociali e quant’altro. In altre parole, una vita più sana. E questo lo possiamo notare nella vita di tutti i giorni: avete presente quella sensazione da studenti di fare i compiti subito e poi avere il pomeriggio libero? Che all’inizio è pesante ma pensando alla ricompensa sul lungo corso ci si fa forza e, una volta finiti, si è contenti di aver resistito? Esattamente la stessa cosa. La gratificazione istantanea non è a prescindere positiva, non per niente ci accade – per esempio – quando abbiamo la luna storta (tipo sapere che mangiare tre fette di torta ci farà sentire pesanti, ma dato che abbiamo appena litigato con qualcuno non ce ne importa nulla). E questi meccanismi, insieme ad altri, sono quei trucchetti psicologici usati da molti siti per tenerci incollati nei loro spazi o per farceli aprire (“diventa magro in 7 giorni!”, “scopri subito come <qualcosa>”), che fan sembrare tutto facile, come se fare sforzi fosse diventato una cosa “di altri tempi”. Certo, questa rimane una piccolezza rispetto al discorso del prevedibile, ma ha comunque dato abbastanza fastidio da farci poi uscire una volta finito il suo discorso, che ruotava appunto su questo concetto dell’imprevedibilità.

Il punto è che quando si è chiamati su un palco, bisognerebbe parlare di quelle che Spinoza definiva “idee adeguate”. Ovvero, idee che riusciamo ad avere perché ne abbiamo comprese le cause, idee non confuse. Quando invece un’idea confusa diventa il fondamento del proprio pensiero (non mi pare abbia indagato le cause delle elezioni americane o della sorveglianza di massa) e si decide di spiegarla alla gente, si sta, volontariamente o meno, facendo del male a quelle persone. Come in questo caso.

Data Ownership e libertà individuale: perché (s)vendere la propria privacy non è una soluzione

Il business dei big data è enorme. Secondo l’agenzia di cybersecurity dell’Unione Europea, i dati personali su internet valgono all’incirca 59 dollari a persona. Questa è soltanto una stima, calcolata in base alle entrate pubblicitarie online nel 2017 – in totale, oltre 200 miliardi di dollari. La frase “i dati sono il nuovo petrolio” è forse fuori luogo, ma non troppo. In fondo, l’espressione è stata usata da personaggi del calibro di Meglena Kuneva (commissario europeo per i consumatori, nel 2009) e Peter Sondergaard (vice-presidente senior di Gartner, 2011). E, come con il petrolio, si sono create strutture di potere per l’estrazione, elaborazione, e distribuzione dei dati personali.

La materia prima non viene estratta da falde sotterranee in pozzi o pompe; e non è nemmeno necessario invadere o fare pressione su paesi stranieri per avere accesso ai dati personali. La produzione di dati personali è molto più pacifica di quella del petrolio. Ma questa apparente stabilità è a lungo servita a nascondere il vero costo che paghiamo. Solo di recente – per esempio, a seguito degli scandali di Facebook e Cambridge Analytica – si è scoperto che il business dei dati personali non è soltanto enorme, ma anche invasivo. Il costo delle pubblicità ad-hoc, dell’intrattenimento personalizzato, addirittura del contatto con gli amici, è la nostra privacy. Se Facebook è gratuito, il motivo è che il prodotto sei tu.

Di recente, il problema della (mancanza di) privacy online si è fatto più pressante. Una soluzione interessante che è stata proposta da varie parti – dalle start-up alla politica, da musicisti ad imprenditori – è il concetto di “data ownership”, cioè di proprietà dei dati. Nei termini più semplici, il concetto di data ownership si basa sull’idea che se i dati personali hanno un valore così grande, allora sono le persone che generano tali dati a doverne beneficiare. Secondo il musicista ed imprenditore will.i.am, ricevere compenso per i propri dati personali è un primo passo per ridurre il divario tra individui e “monarchi dei dati. Un’app ha già iniziato ad offrire questa possibilità ai propri utenti. Killi vi offre la possibilità di guadagnare soldi se condividete i vostri dati personali. Per ora i guadagni sono minimi, ma i creatori assicurano che ciò cambierà non appena più aziende parteciperanno al progetto (per ora sono poche, e McDonald’s è l’unica di rilievo). Per assurdo, fare da tramite nel business dei dati privati è già diventato un business a sé. Ma anche a livello politico, qualcosa si sta muovendo. Un senatore statunitense per la Lousiana, John Kennedy, ha proposto un “Own Your Own Data Act 2019” che prevede che gli utenti di servizi digitali – in particolare di social network – abbiano proprietà esclusiva di, ed accesso diretto a, tutti i loro dati personali.

L’idea sembrerebbe interessante di per sé. Può essere letta come volontà di ridare agli individui un controllo più diretto sui loro dati personali. Purtroppo, non si tratta di una vera soluzione. Il concetto di data ownership si scontra nella realtà con problemi sia pratici, sia concettuali.

I dettagli delle proposte cambiano a seconda dei casi – alcune si limitano a richiedere che gli utenti possano scaricare i propri dati personali, altri prevedono compensi in denaro. Una proposta del governatore della California Gavin Newsome prevede addirittura che i profitti dei big data vengano “redistribuiti tra gli utenti”. Ma esiste comunque un problema, e cioè che i dati personali hanno un valore economico minimo per il proprietario. L’utente singolo se ne fa poco dei propri dati personali – hanno valore soltanto per aziende che li analizzano o rivendono. Se non vendi i tuoi dati, insomma, sono inutili.

Ciò non solo significa che il prezzo dei dati potrebbe addirittura diminuire, portando il valore per individui al di sotto dei 59 dollari. Ma significa anche che non vendere i propri dati è implicitamente scoraggiato. Se non hanno alcun valore economico se non in mano alle aziende, allora perché non vendere? Non è ovviamente una decisione obbligata, e probabilmente nemmeno saggia, ma è comunque verosimile.

Inoltre, l’idea di data ownership non è poi così rivoluzionaria. Almeno in Europa, la GDPR può essere vista come un primo passo verso il controllo diretto dei dati personali da parte di chi li produce. Secondo la direttiva europea, infatti, è importante assegnare un proprietario a tutti i dati personali. Ciò garantisce responsabilità, trasparenza, e qualità nel trattamento dei dati personali. Per la GDPR, non è necessariamente il soggetto stesso ad essere il proprietario dei dati personali, ma in pratica è spesso così. Oltre a ciò, solitamente chi è il soggetto di questi dati personali spesso ne è già il proprietario esplicito, non solo in Europa. Durante le sue udienze al senato statunitense, Mark Zuckerberg, AD di Facebook, ha più volte ribadito che “gli utenti sono i proprietari di tutti i loro contenuti”. Il problema, quindi, non è tanto “possedere i dati,” ma l’autonomia nel decidere a chi venderli. Tuttavia, possiamo veramente decidere di “vendere la nostra privacy”?

L’idea di data ownership rischia di ridefinire il concetto di privacy, trasformando un problema politico-sociale in un problema economico. Se consideriamo la privacy un problema di distribuzione di beni e servizi nella società, allora redistribuire questa ricchezza può essere una soluzione. Ma facendo così, la protezione dei dati personali cade – anche legalmente – nell’ambito dei diritti di proprietà. Invece, la privacy è una questione politica e sociale. Privacy è anche libertà, nel senso di libertà di agire liberamente senza essere sorvegliati. Come scrive Kevin Macnish, professore di etica e tecnologia dell’informazione, ogni tipo di osservazione digitale – che sia per fini di sorveglianza, di anti-terrorismo, o per semplice pubblicità – deve essere giustificata (The ethics of surveillance: an introduction). In questi casi, è sempre l’osservatore ad avere l’onere della prova. E questo perché il diritto alla privacy è un diritto umano – come conferma anche la dichiarazione universale dei diritti umani.

Se la privacy è un diritto umano fondamentale, come lo è la libertà, significa che è anche inalienabile. John Stuart Mill scriveva nel 1859 che la libertà è un diritto fondamentale di ogni essere umano. Se consideriamo la privacy un diritto fondamentale, allora è similmente inalienabile. Così come nessun uomo può “vendere la propria vita” e rendersi schiavo, nessun uomo libero può svendere la propria privacy. Perché in entrambi casi starebbe vendendo la sua libertà.

Internazionale a Ferrara 2019 – Sakawa

Sakawa: attività illegale ghanese che combina moderne frodi via internet con i rituali della tradizione africana.

Avete presente quei siti d’incontri con profili di belle ragazze dall’entità dubbia? Che cercano “l’amore”, il “principe azzurro” e a guardarle vi chiedete cosa ci facciano esattamente su un sito del genere? Bene, è possibile che dietro a quello schermo non ci sia tanto la ragazza acqua e sapone delle foto, quanto un ghanese pronto a truffarvi. Un praticante di sakawa: di questo parla l’omonimo documentario di Ben Asamoah.

Asamoah ci avverte: non vuole che le sue riprese siano viste come gesto di condanna. Ci chiede di mettere da parte il moralista che è in noi, di comprendere che sono situazioni di vita differenti dalle nostre. E questo lo narra bene lungo il documentario, dove c’è chi cerca di mettere da parte i soldi per un passaporto con l’idea di aprire un’azienda agricola in Europa, mandare soldi alla famiglia, e infine riunirsi con loro. Come c’è al tempo stesso chi vive di questo business costruendosi vere e proprie villette, dando al massimo consigli agli altri su come truffare meglio. In alcuni casi invece il sakawa diventa l’unico modo per sostentarsi.

Il documentario parte dalle discariche africane, quelle dove finiscono i vecchi pezzi di computer che per noi sono passati di moda. Si rimedia qualche PC, qualche caricatore, qualche pezzo di ricambio, e si è pronti a partire. Talvolta si è fortunati e si rimedia un hard disk intero, contenente ancora le informazioni del vecchio proprietario che si è scordato di cancellare: foto, documenti, scorci di vita. Una miniera di informazioni.

La truffa solitamente funziona così: ci si iscrive a un sito per incontri (o su Facebook), ci si fa notare da più persone possibili, si messaggia, e infine si continua a chattare con chi se la beve. L’obiettivo ultimo è di chiedere soldi una volta che si è in confidenza, e questo succede dopo 1-2 settimane. L’estro creativo non manca: c’è chi scarica clip di ragazze da far partire nelle chiamate su Skype per dar l’idea che ci sia effettivamente una ragazza dall’altra parte (son comunque clip brevi dove poi fingono di aver problemi di linea e fan cadere la chiamata); c’è chi vende cellulari che modificano la voce per renderla femminile; e c’è chi invece il cellulare apposito non ce l’ha e… va in falsetto. L’aspetto del telefono è molto importante, perché ci spiegano che molte delle vittime vogliono semplicemente del sesso e questo porta i truffatori a dover fingere di star avendo rapporti via telefono.justify-textLa truffa solitamente funziona così: ci si iscrive a un sito per incontri (o su Facebook), ci si fa notare da più persone possibili, si messaggia, e infine si continua a chattare con chi se la beve. L’obiettivo ultimo è di chiedere soldi una volta che si è in confidenza, e questo succede dopo 1-2 settimane. L’estro creativo non manca: c’è chi scarica clip di ragazze da far partire nelle chiamate su Skype per dar l’idea che ci sia effettivamente una ragazza dall’altra parte (son comunque clip brevi dove poi fingono di aver problemi di linea e fan cadere la chiamata); c’è chi vende cellulari che modificano la voce per renderla femminile; e c’è chi invece il cellulare apposito non ce l’ha e… va in falsetto. L’aspetto del telefono è molto importante, perché ci spiegano che molte delle vittime vogliono semplicemente del sesso e questo porta i truffatori a dover fingere di star avendo rapporti via telefono.

Una cosa che colpisce è l’approccio alla religione: i santoni sembrano infatti essersi messi al passo coi tempi. Basta infatti portare un hard disk a uno di loro o la foto di un cliente per dar vita a un rituale per “spennare” la vittima. Tuttavia, non è solo la tradizione africana che emerge: seppur non con l’intento di maledire, tra le preghiere non mancano tracce di cristianesimo, dando vita quindi a una complessa miscela culturale.

In conclusione, il documentario si chiude sulle stesse discariche iniziali, tra uomini, bestiame e piccoli incendi tra la ferraglia. Una riflessione, forse, su come quello che buttiamo non sparisce magicamente nel nulla, ma grava poi sulle vite di altre persone e interi ecosistemi. Diventando anzi per loro la vita, un modo per restare a galla e che, quasi ironicamente, come un boomerang torna in faccia al primo mondo che tra quella ferraglia li ha sommersi. Con la differenza che a tornare non è tanto il boomerang, quanto giusto la punta.

Internazionale a Ferrara 2019 – Uscire dall’algoritmo

L’edizione 2019 del festival di Internazionale a Ferrara (4-5-6 ottobre) ha inaugurato i temi della tecnologia con Uscire dall’algoritmo, un evento molto particolare che ha visto coinvolti anche gli studenti del Liceo Classico Ariosto e del Liceo Scientifico Roiti di Ferrara. Particolare perché è stato un dialogare proprio tra i ragazzi, che hanno portato in scena degli sketch leggeri ma accurati sul tema dell’evento, e tre esperti con diverse visioni del problema: Chiara Montanari, ingegnere che passa per lavoro interi mesi in Antartide (in pieno whiteout) isolata dunque dalla frenesia del mondo; Francesco Morace, sociologo di Future Concept Lab per un approccio più umanistico; Maurizio Tesconi, ricercatore del Cnr, per un approccio invece più tecnico.

Iniziamo da ciò che ci ha colpito di più: il lavoro delle classi del liceo. Semplice, genuino e divertente, con i ragazzi che hanno dimostrato di saper anche giocare con i classici, adattandoli alla dipendenza quotidiana che è il cellulare. Ecco allora che Dante vaga per un “sito” oscuro, scortato da Virgilio che nell’ultimo girone trova Lucifero diventato algoritmo, con tante persone prostrate ai suoi piedi mentre sventolano like. Ecco che l’Infinito di Leopardi ripropone il telefono come “siepe che il guado esclude” (con un accompagnamento musicale dal vivo), metafora delle esperienze che ci perdiamo allo stare troppo su certi mezzi. Lo stesso messaggio ci viene poi proposto in un altro sketch dove la batteria consumata va a braccetto con le nostre energie che con essa si affievoliscono. E infine, una spiegazione di come la ricerca di un singolo libro con “Ok, Google” permetta una profilazione estesa.

La prima domanda che viene posta è se gli algoritmi siano davvero Satana. Morace inizia partendo dagli esordi della rete, spiegando che quello che si cercava non era altro che una seconda vita. Ognuno voleva essere qualcun altro (come su Second Life) o semplicemente più libero, ma oggigiorno ciò che importa è essere autentici, più se stessi. Profilare qualcuno diventa quindi una passeggiata, e più cose condividiamo, più rendiamo facile la vita all’algoritmo: Tesconi infatti cita uno studio del 2015 sui like di Facebook, dove al social bastano 10 like lasciati in giro per conoscerci quanto un collega e 300 per conoscerci di più del coniuge. Ma non è l’algoritmo diabolico in sé, commenta la Montanari, bensì l’uso che se ne fa. E d’altronde è vero, perché un algoritmo non è altro che un insieme di istruzioni da eseguire in ordine. Può quindi “tentare” nell’uso errato che se ne fa, conclude Morace, ma non è in sé il diavolo.

Si passa poi al naufragare “nell’algoritmo” (leggersi più come profilazione, che è una delle possibili cose che può fare un algoritmo). Morace cita Aristotele, secondo il quale la conoscenza deriva da ciò che ci meraviglia: se è una macchina a dirci cosa guardare, cosa fare, cosa scoprire, la meraviglia cessa di esistere. “Il piacere” dice “sta nel disegnare le mappe, non nel farci guidare”. Si può poi naufragare in un mare di troppi contenuti, spiega Tesconi, rischiando di portare alla paura del Missing Out, del perdersi le cose. Ma è bello perdersi le cose, ribadisce la Montanari, perché non siamo fatti solo di pensieri da iperstimolare, ma siamo anche carne.

Dov’è quindi il problema? Morace lo dice, siamo animali sociali, siamo dotati di neuroni specchio. Ipotizza di trovare un argine sociale, e ha ragione, ma bisogna comunque ricordarsi delle sue parole: che fin dagli albori della rete volevamo essere qualcuno, protagonisti. Possibilmente, aggiungiamo, una versione migliore di sé. Questo vuol dire che rimosso Facebook ci sarà un altro social network, e un altro, e un altro ancora. E se non sarà un social, sarà un videogioco dove “possiamo salvare il mondo”, vivere le nostre avventure virtuali, poco cambia. Rimane un problema sociale complesso.

Chiudiamo l’articolo invitando a una riflessione: se qualcosa è sbagliato (certi tipi di algoritmi), perché capire come non venirne tentati singolarmente quando si potrebbe semplicemente bandirlo? Forse non è questione di uscire dall’algoritmo, ma di non farlo esistere in primis.